lunedì 29 settembre 2014

Doctor Who 8x04- Listen

Steven Moffat (per ora) non sbaglia un colpo, tornato alla sceneggiatura per l’episodio 8x04-Listen riprende uno dei punti forti del sci-fi anni 60-70: prendere un dettaglio, una qualunque piccolezza della vita di tutti i giorni e darle una fantascientifica spiegazione, il tutto come fulcro della storia, metodo già utilizzato per gli episodi 4x08-09 (i granelli di pulviscolo che si vedono in un raggio di sole? Che domande, sono creature carnivore, i Vashta Nerada, che vivono nell’ombra!), e che funziona benissimo anche in questo episodio, mettendo sempre in dubbio l’esistenza di questa razza mimetizzata, non sapendo fino alla fine se sia stata o meno una fantasia del dottore.

L’episodio ha una struttura a spirale, con l’appuntamento tra Clara e Danny Pink come centro: i due non fanno che avvicinarsi e allontanarsi, e
parallelamente ogni volta che Clara si allontana (volontariamente o costretta dalle circostanze) dal Danny, si avvicina al dottore, per poi lasciarlo e tornare da Pink , ecc..., possiamo presagire una rivalità tra i due nei prossimi episodi.

Giocando sul vedo-non vedo la tensione è sempre tenuta alta dal regista Douglas Mackinnon: ogni cigolio di una tubatura, ogni fruscio, ogni scricchiolio, è o potrebbe essere un pericolo, con la sempre presente curiosità del dottore a impedirgli di lasciar perdere questa fantomatica razza invisibile.

Continua intanto ad essere dipinto il background di Danny Pink, tutti questi indizi che abbiamo visto nei quattro episodi finora usciti potrebbero farci riconoscere in lui un possibile nuovo companion, con Clara o in sua sostituzione è ancora da vedersi.

Unico difetto è il montaggio che si dimostra piuttosto frettoloso sul finale, pur regalando dei buoni momenti sia drammatici che di tensione nel corso dell’episodio, non intaccando dunque la qualità complessiva del prodotto.

Dopo il poco riuscito 8x03, è bello vedere la serie rialzarsi più forte di prima, fino ad ora Moffat non ha mai deluso in questa stagione, non solo ha fatto un buon quarto episodio, ma sembra aver posto delle basi che ci possono far sperare bene per le prossime puntate. Vediamo come va.

VOTO 4/5

domenica 28 settembre 2014

Guilty of Romance

Il Giappone, una bellissima terra, altamente industrializzata, con una tradizione artistica antichissima... ma anche un popolo antiquato, xenofobo e soprattutto maschilista e opprimente nei confronti delle donne, sottomesse e sottoposte ad una società che vede il esse unicamente la funzione di casalinghe o commesse o addette ad altri lavori servili, e che ostacola quelle che provano  a fare carriera in ambienti che non rientrano in quelli sopracitati: in questo clima Sion Sono dirige Guilty of Romance.

La protagonista Izumi è il prototipo della “moglie modello” giapponese, una casalinga meticolosa, la cui vita ruota attorno al marito scrittore, e la bravura del regista risiede proprio nel mostrare con poche inquadrature la noia ma allo stesso tempo l’oppressione della sua routine quotidiana, basata unicamente nel servire in toto il marito, temendo le conseguenze di un suo errore, ed è da questo punto di partenza che inizia l’evoluzione del personaggio: in questo clima in cui la moglie è completamente dipendente dalla sua “dolce metà”, qual è l’unica cosa in cui, fisicamente, l’uomo dipende dalla donna? Qual è l’unica cosa su cui Izumi dovrà puntare per acquistare indipendenza? Il sesso.

Ed è proprio col sesso che gli uomini cambiano completamente forma in questo film, da dominatori la cui punizione è temutissima, diventano puri oggetti per il piacere di Izumi, un godimento non tanto fisico, ma dovuto al piacere del comando,di avere “il coltello dalla parte del manico”: il prezzo è indifferente, Izumi, e poi Mizuko, non chiedono soldi in quanto prostitute, non sono spinte dal guadagno, ma dal piacere di avere qualcuno alle proprie dipendenze, sono spinte dal poter decidere chi soddisfare e chi no, a chi concedersi e a chi rifiutarsi, il potere infatti non risiede tanto nel sesso, quanto nella consapevolezza di esso, concedendosi senza un compenso, all’inizio, Izumi è ancora nella sua condizione di sottoposta,soddisfa l’ennesimo ordine dell’uomo,  comincerà ad evolversi dopo aver capito il potenziale del rapporto fisico, tuttavia per tutto il film resterà su di lei l’alone del marito, dell’oppressione, infatti (quasi) tutti i suoi cambiamenti avvengono nella sofferenza, anche nel suo momento di maggior sicurezza ci sarà qualcosa a riportarla (seppur temporaneamente) in uno stato d’oppressione.

Al tempo stesso troviamo Mizuko come altra faccia della medaglia, inebriata del “potere” del sesso,insito in lei in quanto donna, entra in crisi una volta giunta di fronte al “castello di Kafka”, l’uomo che non può portarsi a letto, a cui può solo “girarci intorno senza mai raggiungerlo”: in quest’uomo lei vede la fine di tutto ciò che ha provato a costruire, dando inizio alla sua fine.

Il regista chiosa infine sui suoi personaggi, con una bellissima analogia sulla parola parlata: ogni parola ha un “corpo”, un significato, identificabile tramite la parola stessa, e tali sono le due protagoniste del film: corpi, significati, senza definizione, la loro confusione ed insicurezza derivano dall’essere corpi, significati, privi e alla ricerca di una parola, un significato, un’identità.

Sion Sono con questo film ha creato una perfetta rappresentazione, se non esasperazione, della donna giapponese contemporanea, in una folle ricerca della propria identità Izumi, e dunque il regista, ci mostreranno le pene e gli orrori di una società opprimente e spietata verso chi prova ad acquistare un’indipendenza che non è destinata a provare, un film assolutamente da recuperare, possibilmente in lingua originale sottotitolata, dato il pessimo lavoro di doppiaggio svolto, caratterizzato da un pessimo lip-sink e vari errori concettuali (es. non dicono yen ma dollari), ma che fortunatamente non oscura l’ottimo lavoro svolto dall’autore.

VOTO 4/5

Doctor Who 8x03- Robot of Sherwood

Quanto è importante Doctor Who per gli inglesi? Quanto li ha influenzati nei suoi 50 anni di programmazione? A questa domanda prova a rispondere l’episodio 8x03-Robot of Sherwood, funzionando però solo a livello concettuale.

L’idea è tanto semplice quanto audace: elevare il dottore agli altri personaggi popolari tanto cari agli inglesi, Robin Hood in particolare, e ciò si capisce molto bene sul finale, tuttavia non è un discorso ben approfondito, dopo che il dottore ha incontrato Robin Hood e la sua compagnia, è messa in dubbio l’esistenza di questi ultimi, tuttavia non ci sono dati indizi per capire la vicinanza tra il signore del tempo e il ladro gentiluomo, e il parallelo tra i due, basato sui loro contrasti,non può che fallire, dato che la loro rivalità è mantenuta ad un livello infantile, di gag, lasciando i tentativi del dottore di provare l’inesistenza del suo rivale nel dimenticatoio.

Anche la regia non è al livello delle due puntate precedenti, affiancata da un montaggio troppo dinamico che rende incomprensibili le scene d’azione e fastidiose le altre.

La puntata ha comunque dei lati positivi, come la ottima recitazione di tutto il cast, con un Robin Hood molto credibile, e un Peter Capaldi e una Jenna Coleman che assicurano sempre una forte empatia con i loro rispettivi personaggi, anche la fotografia funziona molto bene sia nelle foreste che nei castelli.

Questo episodio è forse l’unico passo falso fatto fino ad ora nell’ottava stagione, non appena Moffat ha lasciato la puntata a un altro sceneggiatore, Mark Gatiss, che in passato aveva scritto delle ottime puntate per l'undicesimo dottore, l’intero progetto ha fatto acqua da tutte le parti, ha tutte le caratteristiche per essere un buon prodotto, purtroppo nessuna di queste è sfruttata al meglio.

VOTO 2/5

sabato 20 settembre 2014

Non buttiamoci giù

La pessima esecuzione di una buona idea non può che risultare in un brutto prodotto, ed è sicuramente questo il caso di Non buttiamoci giù.

Quattro persone disperate unite dal destino che insieme ritroveranno la voglia di vivere, davvero un buon incipit, purtroppo il tutto risulta inutilmente forzato,dalle personalità dei protagonisti appena accennate in pochi dialoghi fuoricampo alla fretta con cui i quattro entrano in intimità: il film non si prende mai il tempo di approfondire una storyline o di fare empatizzare lo spettatore con i personaggi.

Le commedie drammatiche devono farlo sentire il dramma, non devono necessariamente essere basate su di esso, ma si deve sentire, mentre nel film è presente solo in alcuni momenti (gli unici che funzionano), che vengono puntualmente dimenticati o messi da parte: la storia rappresenta dunque quattro protagonisti che si rialzano da una caduta che non è mai avvenuta, lo stesso tema della caduta, sia fisico che non , dei personaggi viene appena accennato all’inizio del film, introdotto con dei bellissimi titoli di testo le cui lettere cadono come foglie d’autunno, per poi finire nella sempre crescente lista di discorsi messi da parte.

Così come la storia, anche i personaggi hanno ottime premesse, ma il poco approfondimento le rende semplici macchiette, un esempio evidente è JJ, portato dalla vita stessa sul tetto di quell’edificio, avrebbe potuto mostrare come un suicida non è che una persona come le altre, ma ovviamente le sue paure, i suoi drammi, il suo background sono solo accennati e, anch’essi, messi da parte per essere ripresi giusto per il finale.

Con una sceneggiatura così povera, l’unico aspetto per il dramma su cui si poteva puntare era quello dei dialoghi, che funzionano molto bene, soprattutto quelli delle due protagoniste femminili Jess e Naurinne, forse le uniche con cui si crea un minimo di empatia, per quanto le battute siano poco realistiche, in uno o due momenti riusciranno a strapparvi la lacrima.

Molto bella è invece la stupenda fotografia, che sfrutta perfettamente gli ambienti interni, ma soprattutto esterni (la scena finale nella Londra innevata è visivamente sublime), puntando su toni quasi sempre luminosi con la prevalenza di uno o due colori in particolare, creando quell’effetto di “luminoso ma non patinato” che Orange is the new black vorrebbe tanto saper fare.

In conclusione, Non buttiamoci giù aveva tutte le carte per essere un buon prodotto, ottima premessa, personaggi con un buon potenziale,la bellissima fotografia, purtroppo per la fretta di entrare nella storia vera e propria, nella riscoperta della felicità dei protagonisti, non ha messo le basi perché tale storia funzionasse, perdendo di qualità.

VOTO 2/5

martedì 16 settembre 2014

Doctor Who 8x02- Into the Dalek

“Am I a good man?”

Quale modo migliore di delineare la personalità del nuovo dottore, se non facendolo incontrare con i suoi nemici per eccellenza, i Dalek? Gli sceneggiatori Phil Ford e Steven Moffat in questo episodio mostrano un dottore confuso su chi sia e ancora più che nella puntata precedente, e che mostra  dubbi sulla propria morale.

Sembra apparire per lui un barlume di speranza, un Dalek che scopre la bontà, bontà caratteristica del dottore che ancora non sa di avere, e da qui si delinea un dottore più duro, apparentemente insensibile e quasi insofferente a ciò che succede intorno a lui, per poi recuperare poco a poco tutti gli aspetti della sua personalità che lo hanno reso noto: rispetto della vita, genialità, messo a confronto con il primo Dalek che vuole uccidere altri della sua stessa specie, e proprio qui si determina la differenza fondamentale con il dottore, dove l’uno sceglierà di continuare a uccidere, vedendo solo l’odio per i Dalek, l’altro al contrario aborrirà, come sempre ha fatto, la violenza fine a se stessa, quel rifiuto che da alla soldatessa, quando essa chiede di unirsi a lui, è in realtà un rifiuto di ciò che il Dottore ha sempre ripudiato.

Si dimostra l’ottima compagna di sempre anche Clara Oswald, sempre pronta a criticare le azioni avventate del dottore, ad aiutarlo e a consigliarlo quando serve, si prospetta una fidata compagna di viaggio per questo dottore proprio come lo è stata per il precedente.

Anche questo si dimostra un ottimo episodio, un’ottima regia di Ben Wheatley rende al meglio le scene drammatiche dell’episodio, dimostrandosi nuovamente ottima per gestire anche scene d’azione senza che vi sia un contrasto tra le due, e i Dalek non
possono che assicurare un altrettanto alto livello di tensione. Gli sceneggiatori hanno fatto un ottimo lavoro per delineare i principi di questo nuovo dottore attraverso il contrasto morale con il Dalek, una differenza trattata in modo maturo e che mostra concettualmente le differenze tra i due e dandoci al tempo stesso un’idea ben precisa su come sarà da adesso in poi il dottore di Peter Capaldi.

VOTO 4/5

martedì 9 settembre 2014

Her- Lei

Lui, un uomo abbandonato e depresso, lei, un computer, sembrerebbe la storiella dell’amore impossibile già trasposta milioni di volte, ma Spike Jonze tira fuori da questo tema un’interessante esasperazione della nostra ormai vera e propria dipendenza dalla tecnologia.

Nel futuro remoto in cui il film è ambientato non è solo il protagonista, abbandonato dalla moglie, ad essere sentimentalmente assente, l’intero mondo è avvolto da un esasperato clima di desensibilizzazione sentimentale, come si nota dal lavoro del protagonista: scrivere lettere di
ringraziamento,d’amore, ecc. per clienti paganti, e il fatto che questa pratica sia industrializzata mostra quanto si sia spinto troppo in là l’affidamento della società ai computer, tralasciando i rapporti umani: non è solo il protagonista ad essere così disperato da mettersi con un computer, l’intero mondo è in questa situazione, Theodore all’inizio del film è tanto vuoto e apatico quanto lo è Samantha, i due sono messi sullo stesso livello,la storia racconta della scoperta, per Samantha, e riscoperta, per Theodore, della loro umanità, di sentimenti ed emozioni che uno l’uno temeva di provare di nuovo, e l’altra non avrebbe mai pensato di provare: il loro è un viaggio di scoperta reciproca, il tutto affiancato da dialoghi credibilissimi che non possono che creare empatia con lo spettatore: che i personaggi ridano, scherzino, piangano o litighino, lo spettatore lo farà insieme a loro, percependo le tensioni e i veri problemi nascosti da discussioni all’apparenza banali. Interessante è inoltre la riflessione dell’autore sul tema dell’amore: essendo Samantha un computer, la storia d’amore viene privata dell’elemento carnale, del sesso,a far riscoprire la propria umanità a Theodore sarà dunque un amore ideale, quasi platonico,privati della possibilità di interagire fisicamente, la loro storia si baserà unicamente sull’intesa emotiva tra i due, senza essere “inquinata” dal desiderio sessuale, e sarà proprio l’ entrare in contatto con questo amore ideale a dare lo slancio ai due protagonisti per la scoperta di se stessi.

In conclusione, Spike Jonze con questo film è riuscito a delineare un’intelligente esasperazione della società odierna nel suo rapporto sempre più rilevante con la tecnologia, da una premessa strausata ha tratto un suo personale discorso sulla dipendenza uomo- macchina e sulle conseguenze, a livello sentimentale, che sta portando nei confronti della vita vera. Agli scettici è consigliata una visione. Meritatissimo l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

VOTO 4/5