domenica 22 novembre 2015

Hannibal (Stagione 3)

"Hannibal...I forgive you"

Non saranno mai piante abbastanza lacrime per la cancellazione di Hannibal alla terza stagione!

Una serie meravigliosa per come riesce a immergerci nella follia umana, con un gusto onirico ancora più forte qui che nelle stagioni precedenti, e forse è stato questo a far allontanare il pubblico,  per come questo stile (già presente nelle stagioni 1 e 2) sia stato implementato così tanto in questa terza serie, tuttavia, questo era il naturale percorso della serie: alla fine della seconda stagione l'Hannibal di Mads Mikkelsen si era finalmente rivelato, i personaggi hanno tutti esperito la sua potenza distruttiva, chi morendo, chi finendo in punto di morte, era dunque ovvio che il loro approccio col mondo da quel momento in poi sarebbe stato diverso, non potevamo aspettarci nuovamente una stagione basata sui monster of the week come le precedenti: questa prende toni molto più onirici, più contorti, dopo aver sperimentato il pieno potere di Hannibal, il Will Graham di Hugh Dancy prova a reimmergersi gradualmente in esso, al fine di ritrovarlo, quindi basta criticare il nuovo stile della terza serie, esso è non solo giustificato, ma assolutamente immersivo, coinvolgente e funzionale alla storia!

Si nota un certo pattern che si ripete nel corso della stagione: per due volte Will e Hannibal si separano (alla fine della seconda stagione e al termine della prima parte della terza) e per due volte si ricongiungono (verso la fine della prima parte e all'inizio della seconda), così che sembra venir meno l'influenza che il Jack Crawford di Laurence Fishburne sembra avere nel loro incontro, si ripete costantemente il loro riavvicinamento e la loro separazione, a prescindere dai voleri dei personaggi, un tira e molla che già avveniva anche nelle stagione precedenti, solo che stavolta si attua nella piena consapevolezza di entrambi, Hannibal si è mostrato, Will si è aperto, per quanto si facciano male a vicenda non possono farne a meno, un lavoro eccellente di Brian Fuller nel delineare quella che lui stesso ha definito una malata e distruttiva (per loro e per chi vi si avvicina troppo) "storia d'amore" tra i due.

Non poteva mancare l'altro punto forte della serie, la bellezza del macabro, della carne, trasgressiva ma mai vista con paura e, anzi, con desiderio, esperita solo(?) da Hannibal, ma desiderata, ambita, amata da più di un personaggio, così che anche le immagini più assurde, oniriche, sopra le righe vengano accettate da questa passione malata, ancor più che nelle stagioni precedenti.

"Don't run, I'll catch you"

La seconda parte della stagione ci introduce nella trama di Red Dragon, con Richard Armitage ad interpretare Francis Dolarhyde, il cui arco narrativo è gestito magistralmente: gradualmente viene costruita la sua follia, per poi farla esplodere negli ultimi episodi, vengono delineate la sua fragilità, le sue paure, ma anche, soprattutto, la sua furia, la rabbia selvaggia del Great Red Dragon, cosicché il tutto, aiutato dall'ottima performance dell'attore, ha portato ad un blocco di episodi assolutamente coinvolgenti e appassionanti, una degna conclusione per la stagione, che non fa rimpiangere assolutamente il film del 2002 con Edward Norton, Ralph Fiennes ed Anthony Hopkins nei ruoli di Will, Francis ed Hannibal.

Ancora non mi capacito della cancellazione di Hannibal, si vocifera che Bryan Fuller stia cercando un'altra compagnia per poter produrre un film che concluda tutte le strade lasciate aperte da questa terza stagione, non possiamo che sperare che vi riesca, intanto, un bel re-watch della serie è d'obbligo.

VOTO 4/5

giovedì 12 novembre 2015

Doctor Who 9x05/06- The Girl Who Died/The Woman who Lived

Ce l'avevano annunciato, era nel teaser, era nel trailer, ed ecco che è arrivato in fine l'episodio con Maise Williams, il 9x05-The Girl who died, eppure,  nonostante il nome relativamente "importante" di Arya Stark, è il Dottore colui che, più di tutti, questa puntata prende in considerazione e fa evolvere,  per approfondire meglio Ascildr dovremo aspettare quel disastro di 9x06- The Woman who lived, ma ci arriveremo...

Chi non si ricorda della sommaria freddezza che aveva il Dottore di Capaldi subito dopo la rigenerazione,  di come non si curasse di salvare quelli che ormai erano spacciati al fine di salvare il salvabile (vedi l' 8x02- Into the Dalek)? Prendete questo punto, ingranditelo ad un intero cast di personaggi, un villaggio vichingo,  sacrificabile per salvare la terra, aggiungetevi un Dottore ormai cresciuto da quel lontano 8x02 e avrete questo episodio in cui il Dottore fa quello che gli riesce meglio: salvare tutti col suo solito ingegno, coi suoi piani dell'ultimo secondo, è questo che rende grande questo episodio che non solo rende evidente quella che è stata la sua crescita, ma lo fa intelligentemente,  in modo sottile, senza il bisogno di renderlo esplicito, senz'altro eccellente dunque il lavoro di Jamie Mathieson e Steven Moffat, che delineano il tutto senza darvi un eccessivo spazio, bastano poche righe, le parole giuste al momento opportuno, così da non togliere spazio alla caratterizzazione dei comprimari, sviluppati quel tanto che basta per essere funzionali alla storia, forse se anche questo fosse stato un two-parter avremmo potuto avere ruoli più memorabili, ma, per lo screen- time che avevano a disposizione, i due sceneggiatori hanno fatto un buon lavoro e comunque il personaggio di Maise Williams, che ovviamente era quello la cui introduzione e caratterizzazione preoccupava di più gli scrittori,  dato il suo ruolo puntate successive, è stato sviluppato ottimamente, merito anche dell'interpretazione dell'attrice, dunque un buon lavoro nel complesso!

Il modo in cui le tematiche sono state affrontate, i riferimenti alle stagioni passate, la costruzione dei comprimari, della tensione, della risoluzione degli eventi, rendono il 9x05 uno dei migliori episodi finora trasmessi per la nona stagione di Doctor Who, che promette sempre meglio, una qualità sempre più alta!
...e poi arrivò la 9x06.

Avendo visto ormai tutti gli episodi della serie, posso affermare che l'episodio 9x06- The Woman who Lived è il punto più basso (nonché unico vero passo falso) di questa nona stagione.

Ciò è dovuto in parte alla sceneggiatura di Catherine Tregenna, in cui le parti che non delineano il personaggio di Maise Williams, chiaramente guidati dallo show-runner Steven Moffat, mostrano una scrittura piatta, scandita da patetici teatrini comici di scarso livello, che vanno dalla mal gestita comicità fisica sino a infantili giochi di parole, davvero fuori posto anche per una serie come Doctor Who. Tuttavia è la regia di Ed Bazalgette a costituire l'elemento deleterio della puntata, caratterizzata da mal gestiti giochi di luce, che tentano di creare un'atmosfera cupa ma che rendono invece disorientante(e difficile da comprendere) la visione, fattore amplificato da un montaggio troppo serrato, sbrigativo, che tenta di tenere insieme le mal girate (e mal fotografate) scene.

Va comunque menzionata la caratterizzazione di Ashildr che, pur non salvando l'episodio, delinea un tipo di 'immortale' davvero originale per la serie, sia invidiabile che patetico, e che fa si che questa puntata, altrimenti non salvabile, non sia esente da qualche scena memorabile.

Tuttavia la 9x06 è e rimane il punto più basso raggiunto da questa nona stagione, nel complesso risulta per nulla coinvolgente, assolutamente non memorabile, e in generale una puntata del tutto evitabile, che, per lo meno, ci farà apprezzare maggiormente gli episodi che seguiranno.

9x05- The Girl who died            VOTO 4/5
9x06- The Woman who Lived    VOTO 3/5

martedì 10 novembre 2015

Doctor Who 9x03/04- Under the Lake/ Before the Flood

Un nuovo two-parter scandisce gli episodi 9x03-Under the Lake e 9x04-Before the Flood, scritti entrambi da Toby Whithouse, e ancora una volta con un ottimo risultato per questa nuova stagione del Dottore.

Lo sceneggiatore qui riprende quella che era stata la tematica dell'ottava stagione: l'ormai noto Am I a good man riecheggia forte nel 9x03, per palesarsi di fronte al Dottore nel 9x04, portando tuttavia nuovi spunti di riflessione per lo spettatore, e per il time-lord stesso, quando più volte i suoi interessi sembrano contrastare con quelli dei suoi comprimari, quando si mette in dubbio i suoi effettivi valori e scopi...varie tematiche che, grazie all'ampio spazio di due episodi, lo sceneggiatore è riuscito a sfruttare al meglio.

Il tutto funziona anche grazie agli antagonisti principali di questa storyline: il modo in cui vengono portati in scena, sviluppati, giustificati i "fantasmi" risulta non solo coerente con la storia, ma anche accattivante, molto più della "causa" di tali fantasmi, il vero e proprio villain risulta infatti molto piatto pur riuscendo, col suo design, a darci subito l'idea di cattivo della storia, ma, proprio per questo, a non essere tanto accattivante quanto lo sono le sue creature.
Gli altri comprimari invece funzionano molto bene, varie personalità che risultano tutte molto naturali nel loro contesto e per come interagiscono con Il Dottore e Clara e con la situazione in cui si trovano, persino le appena accennate sottotrame amorose non risultano forzate e anzi si adattano perfettamente alla storia.

Come sempre nulla da dire su Peter Capaldi e Jenna Coleman se non che continuano a dare delle ottime interpretazioni, sto apprezzando il Dottore di Capaldi ancora più che nella stagione precedente, e i nuovi elementi che sono stati aggiunti al personaggio (la chitarra elettrica e i sonic-sunglasses) sono tanto sopra le righe quanto geniali sia come spunto per piccole scenette comiche, sia come spunto narrativo.

Un altro nuovo two-parter per il Dottore, sperando che continui di questo passo a livello di tensione, di atmosfere, di caratterizzazioni...Moffat non essere te stesso, per una volta!

9x03- Under the Lake   VOTO 4/5
9x04- Before the Flood  VOTO4/5

martedì 29 settembre 2015

Doctor Who 9x02- The Witch's Familiar

"Admit it, you've all had this exact nightmare!"

Naturalmente non potevamo aspettarci da Steven Moffat un livello di qualità uguale a quello della puntata precedente, dopo un pò il calo, per lui, è inevitabile,  e infatti in questa 9x02- The Witch's Familiar risente delle di alcune delle  facilonerie di sceneggiatura tipiche dello scrittore: lo si nota soprattutto nelle ripetitive meccaniche tra Missy e Clara:  inutili siparietti comici, necessari più a fare avanzare la loro storyline, più che per portare avanti il discorso avanzato nella puntata precedente; ne risente anche il twist finale che, come spesso abbiamo visto con Moffat, è molto forzato.

Allora perché,  nonostante queste evidenti pecche, l'episodio funziona davvero bene?

Perché lo sceneggiatore riesce a rimanere coerente, a livello di tensione, di atmosfera, di sviluppo sei personaggi,  con la puntata precedente,  creando un unico grande arco narrativo di 90 minuti, in cui ogni elemento della prima parte viene collegato e risolto nella seconda, tra le facilonerie sopracitate, incredibilmente mancano i classici buchi di trama a cui Steven ci ha abituati, per una volta è riuscito a sfruttare al meglio le risorse concessegli, creando un episodio coeso e coerente (addirittura vengono risolti quelli che pò ebano sembrare, nella prima parte, dei buchi di trama!), le stesse performance attoriali rimangono ottime come sempre, con una menzione speciale per Nicholas Briggs, che doppia in modo egregio i diversi tipi di dalek, caratterizzando in modo particolare ogni diversa "gerarchia",dal dalek supremo, ai sottoposti, ai modelli originari dalla serie classica (tra l'altro, ricordiamo Briggs per lo stupendo Generazione Dalek, libro dedicato all'undicesimo Dottore).

Nonostante tutto, dunque, questo two-parter si conclude bene e, sperando che tutta la nona stagione rimanga su questi standard, si prospetta davvero un'interessante nuova serie.

Bel lavoro, per ora, Steven, ma ti teniamo d'occhio!

VOTO 4/5

domenica 27 settembre 2015

Doctor Who 9x01- The Magician's Apprentice

"Davros knows, Davros remembers!"

Questa nuova stagione di Doctor Who inizia col botto... letteralmente, i botti della guerra indicano subito il mood di questa nuova serie, dai toni molto più seri e impegnati.

Quanto spesso abbiamo visto il Dottore provare della genuina vergogna? genuina in quanto assolutamente giustificabile, non dovuta ad un gesto che non avrebbe potuto evitare, ma un vero e proprio dubbio, qualcosa che metterebbe in  dubbio lo spettatore stesso, in cui non esistono giusto e sbagliato, vi è solo il fare una scelta e affrontarne le conseguenze.

Steven Moffat per ora ha fatto un buon lavoro, ha creato un ottimo arco narrativo per i personaggi, è riuscito a costruire bene la tensione della storia, facendoci attendere con ansia l'esito che vedremo dopo sette giorni, un buon whovian sa bene di dover fare attenzione a Moffat, ma per ora vi sono i presupposti per un buon two-parter, possiamo sperare bene anche grazie al ritorno di vecchi personaggi, introdotti in modo funzionale alla storia, chiarendo in pochi passaggi cosa li ha spinti a tornare e come, senza tuttavia distrarre lo spettatore dalla storia, probabilmente uno dei migliori aspetti dei lavori dello sceneggiatore.

Le interpretazioni sono sempre ottime, da un Peter Capaldi del tutto calato nel proprio personaggio e che risulta dunque naturalissimo, un dodicesimo Dottore in piena forma! fino ad una Jenna Coleman  che funziona altrettanto bene in questo episodio, in cui viene messo in dubbio il suo effettivo ruolo di companion nella vita del Dottore, un discorso che sicuramente ritornerà nel corso della stagione, considerando anche l'annuncio dell'attrice di aver lasciato la serie. Ma la vera rivelazione, a livello attoriale, è stata quella di Michelle Gomez, la cui Missy ritorna con una pazzia più controllata, meno esplicita di come la ricordavamo nella stagione precedente, ma che si dimostra altrettanto letale e pericolosa.

Questa nona stagione è partita davvero bene! gli alti livelli di tensione, l'intrigante intreccio, le ottime interpretazioni, giustificano delle alte aspettative per i prossimi episodi, sia per la conclusione di questo two-parter, sia per le storie a seguire... sperando che Moffat non rovini tutto.

VOTO 4/5

venerdì 4 settembre 2015

Hunger

È difficile ascrivere ad un singolo genere un prodotto come Hunger, opera prima di Steve McQueen, è forse un film storico? eppure la vicenda storica sembra più uno sfondo alla vicenda, piuttosto che il soggetto della stessa. Un biopic allora? sembrerebbe, ma il protagonista non è caratterizzato  e sviluppato più di tanto (nonché introdotto dopo ben un terzo della pellicola). È dunque un film drammatico? sicuramente è un dramma quello che tratta, eppure non assistiamo ad un arco narrativo drammatico del personaggio, nessun intreccio("classico"o complesso che sia) che lo porti inesorabilmente alla sua fine.
Eppure, paradossalmente, questi generi non si annullano a vicenda, ma, anzi, si compenetrano, così che l'uno sfoci nell'altro e viceversa, confluendo tutti nel creare un'unica, opprimente, tragica atmosfera che non fa da sfondo, ma è parte integrante degli eventi e delle azioni dei personaggi.

Tuttavia Hunger risente di tutti i difetti di un'opera prima: una lentezza, seppur studiata, che risulta eccessiva in più punti, virtuosismi ben attuati ma portati all'eccesso e resi dunque prolissi, tutti errori evitabilissimi.

Era però chiaramente uno l'obbiettivo del regista, quello che è ormai il suo tratto distintivo: il dolore. 
Steve McQueen è dannatamente bravo a costruire in modo graduale il dolore, poco a poco, sfruttando l'atmosfera che ha creato, per poi farlo esplodere in tutta la sua furia distruttiva, qui il dolore non è invocato indirettamente come in Shame, non è fine a se stesso, frutto della tortura, come in 12 Anni Schiavo (in cui il regista avrebbe ripreso anche l'uso dell'atmosfera di Hunger), qui il dolore è portatore di devastazione, esplode tanto dall'esterno (le percosse delle guardie) quanto dall'interno (l'hunger stike), e con esso si accompagnano tutti gli effetti negativi auspicati, nessuna redenzione, un dolore che è morte, prima di essere rivoluzione, con una solitaria, triste dicitura finale come sola consolazione, una vaga speranza che non sia stato tutto inutile.

Hunger è un'opera prima, e lo si sente in più di un'occasione, tuttavia, nonostante la poca esperienza posseduta in quel momento dal regista, egli è riuscito comunque a costruire e ad esprimere quei fattori che sarebbero diventati i punti forti della sua filmografia, di certo un ottimo inizio.

VOTO 4/5

venerdì 31 luglio 2015

Gotham (Stagione 1)

Togliamoci dalla memoria l'orribile e sconclusionato ultimo episodio, e analizziamo nel complesso questa prima stagione di Gotham.

Sopravvive in questa serie quel buonismo tipico del suo genere, con personaggi unilaterali, unicamente positivi, unicamente negativi, tuttavia lo sceneggiatore Bruno Heller non rinnega la natura dei propri caratteri, ma li approfondisce non prescindendo dalla stessa: Pinguino, interpretato da un azzeccatissimo Robin Lord Taylor, rimane cattivo, non gli viene data una diversa chiave di lettura, però viene personalizzato e reso un viscido doppiogiochista, e così anche buona parte degli altri personaggi... ed è questo il fattore che ha fatto fallire il finale di stagione, lo sceneggiatore ha pigramente abbandonato quei personaggi che si distanziavano da quella sopracitata unilateralità, venendo sviluppati meglio (Fish Mooney, Jada Pinkett Smith e Selina Kyle, Camren Bicondova, ma anche lo stesso Butch, Drew Powell), per farli ricadere in ridicole macchiette fumettistiche, buttando via quegli interessanti intrecci che avevano creato, che spreco!

Tuttavia, escludendo quell'odioso 1x22, la serie funziona davvero bene, creando un ottimo pseudo-poliziesco nel contesto della Gotham City pre-Batman, con riferimenti all'universo fumettistico capibili sia da chi conosce l'universo DC, sia da chi lo conosce solo attraverso film o serie animate, con trame verticali tanto coinvolgenti da non far notare alcuni schemi ricorrenti (Jim che sembra spacciato, Bullock che compare dal nulla per salvarlo), e una trama orizzontale piuttosto debole, ma sempre godibile.

Due sono gli attori che meritano una menzione: David Mazouz, il suo Bruce Wayne ha qualcosa di puro, sincero: il suo dolore, la sua felicità, la sua incertezza, vengono tutte trasmesse immediatamente allo spettatore, ogni volta che è on screen vi dimenticherete di essere davanti ad un attore che interpreta il proprio ruolo; altrettanto promettente è il Pinguino di Robin Lord Taylor, semplicemente perfetto per quel ruolo, e che, più dello sceneggiatore, riesce a delineare bene il suo personaggio, senza dubbio uno dei punti forti della serie.

Speriamo che siano i primi ventuno episodi di questa prima stagione ad essere d'ispirazione per la seconda, di prossima uscita, sperando che lo sceneggiatore rimetta in sesto questa buona (di certo non ottima, ma sempre godibile) serie, e che si risvegli da quell'incubo che è stato questo finale.

VOTO 3/5

martedì 30 giugno 2015

Brick Mansions

Che cos'è questo senso di incompiutezza, di messaggio privo di voce, che pervade Brick Mansions di Camille Delamarre?

Nessun dubbio sulla potenza visiva del film, anzi, raramente delle scene d'azione, poste ad un ritmo così serrato, riescono a non stancare o annoiare lo spettatore,  eppure il regista riesce a mantenere sempre l'attenzione del pubblico, anche se sacrificando spesso e volentieri rapporti tra personaggi o eventi importanti per la trama, allo scopo di tenere sempre alto il ritmo della pellicola, più d'una volta vi ritroverete a chiedervi il perché di uno scontro appena avvenuto, che senso ha avuto quella battuta o quel dialogo, situazioni che mai avremmo trovato nel Banlieu 13 di Pierre Morel che la regista si propone di ricreare, stravolgendolo invece di cambiarlo, creando una brutta copia senza alcun motivo di esistere, a livello di script, un difetto totalmente assente nell'originale pellicola, in cui il tutto era gestito in modo molto più equilibrato.

E a fallire è proprio la sceneggiatura del film, inutile ricordare i richiami a 1997-Fuga da New York: per quanto il film riesca a non esserne una copia, non riesce neppure a trovare la stessa coerenza narrativa, al contrario dell'opera originale, molto più solida, nè è altrettanto ben delineato il discorso che prova a lanciare, stravolgendo personaggi e situazioni sul finale nel tentativo di recuperare un qualche senso sociale per la storia, con caratteri meno che memorabili che alla fine non possono che rientrare nelle macchiette del genere, con un finale tanto buonismo quanto irritante e seccanti ed irritanti buchi di trama.

Brick Mansions risulta dunque in un esperimento fallito, è triste vedere u  evidente potenziale sfruttato così malamente, e nonostante le scene d'azione e splendidamente girate e io clima di leggerezza che il film riesce a creare, purtroppo ciò non riesce a nascondere i gravi ed evidenti difetti nella sceneggiatura, un vero peccato.
VOTO 2/5

venerdì 22 maggio 2015

Full Metal Jacket

Tuffiamoci nella più completa e totale follia e disperazione che l'esasperazione di un paese, sconvolto da una guerra impossibile da vincere, può arrivare ad infliggersi nel tentativo di creare il più potente degli eserciti, un viaggio nel disperato mondo senza speranza di Full Metal Jacket.

Nato per uccidere è il titolo dell'opera a cui questo capolavoro si è ispirato,  e tale rimane per tutto il film l'unica missione per individui che poco a poco perdono la propria umanità a favore dell'unico vero dovere del marine, "Uccidere!  Uccidere! Uccidere!", ma che il genio di Stanley Kubrick non può che criticare aspramente come un tale coercitivo sistema non possa che discostare gli "uomini" stessi da un motivo per cui uccidere diverso dalla lontana illusione di aiutare il proprio paese: ed ecco infatti che nazionalismo e fede si rivelano come ipocrite facciate atte a mascherare la mancanza di una vera, razionale, spiegazione sulle motivazioni delle violenze compiute: da una fede negata dall'assassinio di innocenti, a un nazionalismo negato dall'esaltazione delle doti di cecchino di Oswald.

E se ancora l'ipocrisia di questa ideologia non basta per mostrare il fallimento degli USA nel creare delle devote macchine di morte, l'intero percorso da loro creato viene reso del tutto inutile, nonché pericoloso, dal personaggio di Palla di lardo, interpretato da Vincent D'Onofrio, che poco a poco mostra l'altro lato del malato proposito degli Stati Uniti, che negano il loro intento di dare una pari opportunità ad ogni cittadino, distruggendo e portando alla pazzia il debole e innocente, sotto la totale indifferenza di compagni ormai completamente assoggettati a quel mondo.

Il regista decide comunque di mettere un modello di comportamento in un tale contesto, un faro di speranza: Joker, interpretato da Matthew Modine, rappresenta un elemento anomalo in un contesto come quello del Vietnam e che dopo un costante tentativo di tenersi lontano dalle violenze dei commilitoni( spara solo quando anche altri stanno sparando, non prende l'iniziativa) per poi rendersi colpevole di omicidio di cui,per la prima volta in tutto il film, chi lo compie è pienamente consapevole del suo gesto, non nascosto da ipocrisie sui motivi delle sue azioni o dal desiderio di far carriera, ma dovuto all'aver preso coscienza tanto della realtà che lo circonda quanto dalla volontà di far emergere l'uomo da quell'automa in cui era stato plasmato, un battesimo di sangue che risveglia il soldato da quell"ebrezza provocata dalla violenza, dall'ingenuità, dallo Stato.

Lo stile di Kubrick risulta l'ideale per rappresentare al meglio la trasformazione dei personaggi, una costante simmetria che rende i caratteri non uomini ma automi, disposti in fila per l'ispezione, per gli addestramenti, per gli ordini, per eliminare quell'ingranaggio rotto del loro meccanismo altrimenti perfetto. Uno stile retto da colonne sonore tanto spensierate da creare un profondo senso di ambiguità e contrasto che è quello provato dai soldati stessi e dalla visione così leggera delle efferatezze che commettono paragonata con la gravità di quel contesto; nelle musiche monotonali(per intenderci, la scena dell'aggressione di Palla di Lardo) possiamo riconoscere uno scopo similare a quello della violenza di Arancia Meccanica: dove in un film si ritrova una violenza sempre attuale che,a decenni di distanza, continua a destabilizzare per l'immediatezza con cui la cogliamo (il colpo di catena, il calcio, la bastonata,  non smetteranno mai di trasmettere l'idea di dolore), in Full Metal Jacket quelle musiche riescono ancora, nella loro semplicità, a destabilizzare lo spettatore e a trasmettere perfettamente il senso di paura, panico e ingiustizia a cui quella scena è funzionale.

Full Metal Jacket è un capolavoro assoluto, una stupenda rappresentazione di ciò che la guerra può fare agli uomini, un monito all'umanità di non cercare di trarre vantaggio da quello che è il male assoluto, e che non può che rendere malvagio chiunque si affida del tutto ad essa, una perla nel panorama dei film di genere storico/ di guerra, un lavoro imperdibile.

VOTO 5/5

domenica 19 aprile 2015

The Elephant Man

Com'erano belli i tempi in cui l'onirico di David Lynch era il come del film, invece del cosa, i bei tempi di The Elephant Man.

Rimane costante per tutto il film il tema della messa in scena: l'intera vita dello sfortunato John Merrick è letta attraverso un palcoscenico, che sia quello del fenomeno da circo deriso, o quello del caso medico studiato, o ancora quello della personalità che l'elite londinese ama visitare, gli stessi spettatori che sono venuti al cinema o che hanno comprato il dvd sono accorsi per assistere a questo spettacolo allestito da Lynch, e il regista non nega ipocritamente tale fattore, ma anzi fa evolvere il film mantenendo invariato il leit motiv dell'attenzione posta sul freak, cosicché personaggi positivi e negativi vengono creati in base al loro comportamento nei confronti di questa messa in scena, passando dagli sfruttatori del freak, che lo mettono in mostra per il guadagno personale, a chi ha pietà di quest’uomo e che, nonostante il primo interesse scientifico, cerca di dargli sollievo, un leit motiv più volte rimarcato dal regista stesso, con dissolvenze in nero che sembrano simulare un sipario che si chiude per passare alla prossima scena.

Funziona molto bene lo stile di Lynch che qui si traduce in una porta per la psiche del centro della storia, John Merrick, la cui mente traduce ed espleta ogni sua gioa, sofferenza, paura e timore,  accompagnati dall’ottima interpretazione di John Hurt, che riesce a far emergere un range ottimale di espressioni e reasìzioni del personaggio da sotto il pesante trucco applicatogli, un’interpretazione eguagliata solamente da quella di Anthony Hopkins, vero e proprio perno empatico della storia.

The Elephant Man è uno dei veri capolavori di David Lynch, un completo equilibrio tra trama e fattore onirico, delle interpretazioni eccelse dell’intero cast, e, non meno importante, una regia coinvolgente, capace di far sentire la presenza, la rilevanza e l’effetto sulle vite dei personaggi di John Merrick, lo rendono uno dei massimi lavori del regista.

VOTO 5/5

venerdì 13 marzo 2015

Hannibal (Stagioni 1&2)

"This is my design"

Hannibal non è solo una serie tv, è una spirale di dolore, morte, passioni, amicizia e dipendenze che ti trascina nelle situazioni più malate, aberranti e portate all'estremo che la mente umana possa concepire, il tutto sotto l'egida del serial killer psicopatico per eccellenza, Hannibal Lecter, e accompagnati dalla pura e coinvolgente empatia di Will Graham, essenziale per trascinarci affondo in questo mondo.

Con un'abile tag-line posta nei titoli di testa:"inspired by the characters of Thomas Harris' s Red Dragon", la serie prende non poche distanze dai romanzi e dai film che l'hanno preceduta, lo sceneggiatore Bryan Fuller modella a suo piacimento la materia che si ritrova tra le mani,  intreccia i rapporti tra Will e Hannibal come mai era stato visto nelle opere precedenti, ed esplicita la folle spietatezza di un dr. Lecter data prima per scontata, un'altra riprova della secondarietà della fedeltà al source material rispetto alla qualità del prodotto in sè.

Tutto ciò è coronato da una regia che regge perfettamente momenti fattuali e sequenze oniriche senza creare tra di esse uno stacco netto, pur mantenendo un certo attaccamento alla realtà.

Come non apprezzare il rapporto creato tra il protagonista Will Graham e Hannibal Lecter?, un costante pendere tra la dipendenza reciproca e il farsi del male a vicenda, due personaggi diametralmente opposti, un Hugh Dancy che mette completamente a nudo la psicologia del suo Will, con cui si empatizza all'istante,  ed un apparentemente apatico Mads Mikkelsen, sempre composto, sempre educato, la maschera perfetta del più temibile degli assassini presenti nella serie, in cui finalmente,  dopo Il Silenzio degli innocenti, si torna a trattare bene il tema del cibo: dalla totale noncuranza per le vittime, si passa ad una vera e propria venerazione del cannibale per ciò che prepara, scene descritte minuziosamente, trattate in ogni passaggio, e che rendono ottimamente la cucina come un'arte, non solo una necessità di sceneggiatura.

Poche serie riescono a colpire quanto lo fa Hannibal, tanto terrorizzante sia visivamente che emotivamente, tanto minuzioso nella sceneggiatura quanto nella regia,  si pensa che dalla terza stagione, di prossima uscita, si comincerà ad entrare negli eventi narrati in Red Dragon, si può solo sperare che ciò non freni il lavoro creativo dello sceneggiatore e che anzi sia un ulteriore spunto per fargli incrementare il suo lavoro sulla serie, ma date le due prime ottime stagioni, è presto per preoccuparsi.

Poche serie sanno essere coinvolgenti quanto lo è Hannibal, aspettando con ansia la prossima stagione, e sperando per il meglio.

VOTO 4/5

lunedì 2 marzo 2015

La Teoria del Tutto

C'è qualcosa di irritante in La Teoria del Tutto, anzi, più di qualcosa, tutto, ne La Teoria del tutto ha un chè di patetico.

Signore e signori, ecco a voi Dawson's creek con Stephen Hawking, in cui lo spazio che avrebbe potuto essere utilizzato per introdurre alla fisica di Hawking chi non lo conosceva, per "celebrare" o fare un "modello" della sua vita, e che invece viene usato per narrare la trita e ritrita storia del disabile che ce la farà perché è diverso da tutti gli altri disabili al mondo, che è speciale, una specialità fine a se stessa, usata più per elevare il personaggio che per caratterizzarlo o per renderlo credibile, e che non ha nulla in più di altre storie della stessa pasta se non il soggetto. 

Da cosa vorremmo iniziare, dalla regia?
Totalmente banale a momenti per poi concedersi forzati virtuosismi tanto inutili quanto fastidiosi, intervallati da altrettanto ridicoli cliché sonori e visivi (sonoro ovattato dopo una caduta o una crisi...oh l'originalità! ) del tutto evitabili.

Non sperate di consolarvu con la sceneggiatura o le performance del cast: non c'è un personaggio secondario che non sia caricaturale, piatto, bidimensionale, tutti retti da interpretazioni nella madia e che in quanto tali non riescono a risollevare la qualità, perché abbiano candidato Felicity Jones all'Oscar per la sua parte non mi sarà mai chiaro, di certo quello che volevano offrire era una donna forte, resistente in nome dell'amore a qualunque difficoltà, eppure non c'è una sua azione che non sia prevedibile, non un evento che non sia scontato, la situazione procede invariata fino a che non sono gli sceneggiatori a dire basta, ed è questo uno dei due peggiori difetti di questo film: questa non è la sceneggiatura di un biopic, no, non ci dà niente del motivo per cui Stephen Hawking è ed è stato tanto importante per il mondo scientifico, ogni suo valore in tal senso è a malapena accennato, per dare spazio all'ennesima banale e poco originale storia del malato che ce la farà ad ogni costo, mai una frase finale ha mai rappresentato il fallimento di un progetto come lo è stato il "guarda cosa abbiamo fatto!" nella scena conclusiva.

Ma avevo parlato di due difetti, di quale altra colpa può essersi macchiato il film? La fotografia.
Quale voleva essere l'intento? Dare un tocco onirico al tutto? Cercare di portarlo ad un livello più surreale?
Qualunque sia stata la premessa, è fallita miseramente: una fotografia incostante, inutilmente opaca a tratti e poco nitida ad altri, fastidiosissimi passaggi da toni chiari a toni scuri,  illuminazioni gestite pigramente e svogliatamente.
I miei occhi chiedevano pietà.

Si salva qualcosa da questo disastro?
Si, c'è una e una sola performance memorabile in questo film, ed è quella di Eddie Redmaine nel ruolo di Stephen Hawking: c'è chi l'ha definita caricaturale e forse in parte lo è, ma rimane indubbiamente un'interpretazione riuscitissima, in ogni istante in cui è sul parco credi realmente che sia il vero Steven, cerca di rialzarsi dopo che questa patetica sceneggiatura l'ha mandato a terra.
Questo tristemente non basta a risollevare il lavoro dell'opera, ma è bello vedere un barlume di talento in questo oscuro tunnel della mediocrità noto a tutti come La Teoria del Tutto.

Che spreco di risorse che è stato questo film, un prodotto indecente con (quasi) niente da salvare, dalla regia, alla sceneggiatura, alla fotografia.
Un vero peccato.

VOTO 1/5

sabato 28 febbraio 2015

The Imitation Game

The Imitation Game riesce dove la maggior parte (quasi tutti) dei biopic candidati quest'anno agli Oscar ha fallito, dosando egregiamente la narrazione degli eventi e una storia, per necessità , romanzata.

Lo sceneggiatore Graham Moore tocca un pò la "storia vera", un pò la romanza, per poi tornare di nuovo agli eventi: non c'è mai un prevalere di un elemento sull'altro, e anzi l'uno si alimenta dell'altro in una perfetta alchimia: la storia-vera ci porta alla storia del film, che poi ci riporta agli eventi, contestualizzandoli o giustificandoli, e dov
e non arrivano gli elementi narrati, arrivano degli opportuni indizi su ciò che sarebbe accaduto dopo il periodo narrato dal film, come le mele e il cianuro, reali elementi del suicidio di Turing, o, soprattutto, i due polizziotti: uno vestito con abiti tipicamente anni '50, che lo condanna, simbolo di come il matematico fu condannato in vita, e il poliziotto vestito in abiti contemporanei, incapace di giudicarlo, simbolo del riconoscimento che avrebbe ricevuto solo nel 2009.

Il tutto è accompagnato da un'egregia interpretazione di Benedict Cumberbatch che rende perfettamente quel genio con problemi a relazionarsi,ma totalmente fiducioso nelle potenzialità della sua macchina, voluto dallo sceneggiatore, rendendo perfettamente quella "solitudine dei numeri uno"; il resto del cast offre comunque delle buone interpretazioni, senza che vengano oscurate dal protagonista.

Uno dei difetti maggiori dei biopic moderni è il non saper dosare l'intervento di regista e sceneggiatori sulla storia vera, The Imitation Game riesce ad andare oltre certi inconvenienti risultando un ottimo prodotto, meritevole senz'altro dell'Oscar alla miglior sceneggiatura non originale e sicuramente uno dei migliori tra i film candidati.

VOTO 4/5

mercoledì 28 gennaio 2015

Doctor Who- Last Christmas

Che bello sapere che Steven Moffat non ci ha lasciati con l'amaro in bocca con questa ultima avventura del Dottore prima degli strazianti nove mesi d'attesa prima della prossima stagione: Last Christmas si dimostra infatti un ottimo speciale di Natale della serie, senz'altro un bel modo di dire addio al 2014 e di risollevare l'animo dei poco convinti whovian dopo l'8x12.

È sempre un piacere vedere Moffat alle prese con vari concept di cinema, televisione e quant'altro letti in chiave Doctor Who, dopo la stupenda two-parter The empty child e The Doctor dances della prima stagione, ecco qui il tema del sogno, con contorno di alieni parassiti in puro stile Alien, resi davvero bene dallo sceneggiatore tramite i suoi soliti meccanismi di frasi o discorsi o concetti apparentemente banali ma che si dimostreranno essenziali alla fine: per uno spettatore levigato alcune di queste chicche potrebbero sembrare piuttosto evidenti già dall'inizio, ma non si scende mai nel banale o nell'ovvio.

Il cast funziona, ma solo in parte: Nick Frost si mostra ancora come quel bravo attore che è, gli elfi stessi funzionano abbastanza bene, purtroppo è il resto dei personaggi secondari a fallire: il buon lavoro con la storia di Moffat si perde nella scrittura con personaggi poco memorabili e interpretazioni che vanno dal dimenticabile all'irritante (sì, so che c'è anche il nipote di Throughton nel cast, purtroppo la scrittura di Moffat affossa anche il suo personaggio). Sempre ottime invece le interpretazioni di Peter Capaldi e Jenna Coleman, a Clara in particolare sarà dedicata più di una scena che ridarà dignità al personaggio dopo l'incerto finale dell'ottava stagione.

La parte migliore dello speciale rimane però l'atmosfera che Moffat è riuscito a creare: una scrittura apparentemente leggera basata su pochi ma efficaci elementi riescono a trasmettere la costante incertezza,tra ciò che è reale e ciò che non lo è, che era chiaramente l'intenzione dell'autore, nonché una caratteristica che riesce a rendere sopportabile l'affrettato e, per certi aspetti, mieloso, finale.

Finisce su queste note il 2014 per Doctor Who, con uno speciale buono nel complesso, seppur con le pecche sopra citate, ma che ci fa comunque sperare in bene per la nona stagione, nonostante l'estenuante attesa fino ad agosto/settembre che ci aspetta per rivederlo in azione,  sperando in una maggiore presenza di Mathieson, in una maggiore cura per le trame di Moffat, e facendo crescere sempre di più l'hype per un molto probabile ritorno di River.

VOTO 4/5