martedì 30 dicembre 2014

Doctor Who 8x11/12- Dark Water/Death in Heaven

Finalmente siamo arrivati al finale dell'ottava stagione con il two-parter 8x11/12-Dark Water/ Death in Heaven: c'è chi l'ha trovato deludente, chi l'ha adorato, ecco l'opinione di uno whovian che non riesce a collocarsi bene in nessuna delle due posizioni.

La storia infatti parte molto bene con Dark Water, un episodio con dei livelli di tensione resi davvero bene: Steven Moffat nella sua costante incoerenza è sempre riuscito a creare delle ottime sequenze, e la puntata non è da meno (la scena del vulcano in particolare), rette da un'ottima regia in grado di coinvolgere tanto nei momenti di transizione quanto in quelli drammatici, un montaggio gestito altrettanto bene anche se frettoloso a tratti e una soprattutto una fotografia e un design degli ambienti eccelsi.

Le interpretazioni di Peter Capaldi e Jenna Coleman sono ottime come sempre, ma la Coleman in particolare ha svolto un ottimo lavoro, è stato molto criticato l'atteggiamento di Clara in questo finale, eppure io non  l'ho trovata per niente fastidiosa, anzi il suo comportamento impulsivo è più che giustificato dalla sua perdita.

Come penultimo episodio della stagione, i twist-ending sono d'obbligo, qui sono usati bene? Purtroppo no: il colpo di scena di Missy era già stato previsto dalla maggior parte dei fan, se Moffat pensava di stupirci, il tentativo non è andato a buon fine, mentre i cybermen avrebbero anche potuto funzionare se non fossero stati già anticipati nel teaser dell'episodio mostrato alla fine del precedente 8x10-In the Forest of the Night (l'ennesima colpa dell'8x10), perdendo dunque lo sperato effetto sorpresa.

Dark Water risulta comunque un buon episodio ne complesso, il finale comincia a vacillare nell'8x12-Death in Heaven, probabilmente il vero motivo di delusione dei fan.

L'episodio parte subito male con la "finta"di Clara, una mossa giustificabile data la situazione, ma inutilmente e volutamente in gigantita da Moffat con il nome della Coleman preceduto da quello di Capaldi e dal volto di Clara al posto di quello del Dottore nella sigla iniziale, premesse che farebbero sperare in un buono e inatteso twist per la storia, ma che risultano invece nel nulla, perché prendere in giro in un modo tanto becero gli spettatori?

Il resto degli avvenimenti non migliora di molto, soprattutto per lo svogliato modo in cui è stato trattato il personaggio di Missy, retto comunque da un'ottima interpretazione di Michelle Gomez che ha reso bene questa rivisitazione del Maestro, accentuando ancora più del suo predecessore la follia del personaggio, facendo venire a mancare quella drammaticità che John Simm e Russel T. Davies avevano infuso al personaggio, ma dandone comunque una buona versione.

Tutto nel finale risulta invece parecchio affrettato: dalle motivazioni e i metodi del Maestro, al finale della storia di Danny Pink, e soprattutto la risoluzione finale degli eventi, il tutto viene viene compresso negli ultimi venti minuti, ergo poco curato.

È stato dunque totalmente rovinato questo 8x12?  Per fortuna no, il dramma, per quanto preparato in modo svogliato, riesce comunque a ottenere dei fantastici momenti di tensione, e la stessa scena conclusiva, tanto criticata anch'essa dai fan, è stato un fantastico climax del rapporto tra il Dottore e Clara, spesso messo alla prova nel corso della stagione: farlo concludere con il reciproco mentire per proteggere l'altro è stata una scelta più che azzeccata.

L'ottava stagione di Doctor Who si conclude in modo incerto,  parte molto bene, purtroppo perdendosi verso la fine,  tuttavia nessuno dei due episodi può essere definito terribile, e nonostante le pecche già indicate non è possibile condannare nessuna delle due puntate, entrambe (l'8x11 in particolare) si difendono molto bene.

E anche questa è fatta, sperando il meglio per lo speciale di Natale.

8x11- Dark Water
VOTO 4/5

8x12-Death in Heaven
VOTO 3/5

12 Anni Schiavo


Disperazione. Questo è il mood a cui tutto concorre in 12 Anni Schiavo, uno degli esempi di quando l’adattamento da un libro passa in secondo piano rispetto all’atmosfera e all’immersione in una situazione che un regista può creare, e Steve McQueen riesce pienamente nell’intento.

Il mood viene introdotto già dal taglio di luce iniziale, in cui anche quei piccoli, brevi momenti felici infondono quella tristezza provocata dalla nostalgia di un momento di felicità ormai passato,  e da lì in poi sarà attuato un intelligentissimo crescendo del ritmo e della tensione, si avverte il dramma già prima che arrivi, e quando si presenterà sarà spietato e impassibile alla disperazione nostra e del protagonista per poi persistere anche nell’apparentemente lieto finale.


Il ritmo del film è retto da una fotografia claustrofobica, cupa e drammatica negli ambienti chiusi, e altrettanto opprimente negli esterni, dominati da luci asettiche, vuote, come se il sole stesso non avesse più il ruolo di illuminare, ma solo quello di infierire ulteriormente sugli schiavi con il caldo e l’afa dei campi.


Funziona altrettanto bene la colonna sonora, qui divisa tra le canzoni cantate dalle schiave (non in sottofondo, cantate dal vivo), che aiutano tantissimo l’immersione dello spettatore in quel drammatico clima e permettono di toccare con  mano la sofferenza quotidiana degli schiavi, e tra i violini, già usati dal regista in Shame, che enfatizzano enormemente le scene più drammatiche, facendo uscire la sofferenza, la disperazione appunto, dallo schermo.


A fallire è purtroppo la sceneggiatura, spesso banale e piena di semplicismi: i personaggi sono statici, non hanno evoluzione nel corso del film, dallo stereotipo del buon padrone di Benedict Cumberbatch al fallito tentativo di caratterizzazione del personaggio di Michael Fassbender, che comunque rende benissimo la follia del personaggio, con la costante paura per la sua prossima mossa, la storia stessa è piena di soluzioni di trama troppo affrettate o trattate in modo sommario, dal tentativo di Solomon di mantenere la dignità di uomo per poi voler solo sopravvivere, all’arrivo di Brad Pitt come forzato deus ex machina della vicenda.


Nonostante i vari problemi alla sceneggiatura, il film, grazie all’ottima regia di Steve McQueen, riesce a esprimere egregiamente il valore della libertà, da non sottovalutare e da tenersi sempre stretta, come non si potrebbe esserne lieti dopo aver assistito ad una così cruda rappresentazione di ciò che è la schiavitù?


VOTO 4/5

sabato 27 dicembre 2014

Doctor Who 8x10-In the Forest of the Night

Ecco che dopo le due stupende puntate di Mathieson questa ottava stagione raggiunge il suo punto più basso con l'8x10-In the Forest of the Night, senza dubbio la puntata peggiore, con assolutamente nulla di salvabile.

La sceneggiatura è uno dei fattori che affossano questa puntata: Doctor Who è sempre stata noto per le poco plausibili,  spesso assurde, premesse, e questa non è da meno, peccato che a parte l'assurda permessa questa puntata esuli da ogni altro schema whoviano: il Dottore, Clara, Danny, i comprimari, nessuno di loro ha un ruolo effettivo all'interno della storia, gli avvenimenti che vediamo sarebbero accaduti ugualmente anche se il TARDIS non si fosse trovato in quel punto del tempo e dello spazio, ergo, tutto ciò che abbiamo visto è stato inutile, ergo, è stato tempo perso, un' inutilità accentuata dal fatto che "l'umanità se ne dimenticherà".

Ma se la sceneggiatura affossa l'episodio a livello concettuale, a renderlo non solo inutile, ma fastidioso, ci pensano i comprimari: non è la prima volta che sono presenti dei bambini all'interno della storia (lo stupendo two-parter "The empty child" e "The Doctor dances" della prima stagione), ma mai sono risultati tanto fastidiosi quanto lo sono stati in questa: dalla vera e propria comprimaria,  tanto blanda e seccante quanto inutile ai fini narrativi (fallito il tentativo di crearci un dramma intorno), fino al resto della sua classe fatta di altrettanto seccanti comic relief dalle personalità inesistenti, mal scritti e mal recitati(no, l'essere ragazzini non li giustifica) dal primo all'ultimo.

Regia e fotografia tristemente non si salvano nemmeno:da una regia ricca di facilonerie e soluzioni di eventi assurdi e improponibili anche per una serie come Doctor Who, a una fotografia incostante, con contrasti tra i toni cupi degli interni( il TARDIS in particolare è stranamente cupo a livello visivo) e i toni eccessivamente chiari degli esterni, un contrasto che distrae lo spettatore piuttosto che invogliarlo a continuare la visione, la puntata risulta scadente anche a livello tecnico.

Dall'8x03-Robot of Sherwoood,  all'8x07-Kill the Moon, si può notare come, nonostante la qualità non eccelsa, abbiamo comunque visto negli sceneggiatori la voglia, purtroppo non soddisfatta, di produrre un buon prodotto: ciò che rende questa 8x10-In the Forest of the Night la peggior puntata è il fatto di non mostrare nè un intento positivo,  nè di averci messo impegno per trarne un buon episodio: una sceneggiatura poco più che abbozzata, una regia e fotografia pigre, delle recitazione svogliate, e dire che era la 8x07-Kill the Moon a sembrare il vero disastro dell'ottava serie.

Meno due puntate al finale di stagione, sperando che Moffat concluda questa stagione-otto lasciandoci con un buon ricordo.

VOTO 1/5

venerdì 26 dicembre 2014

Doctor Who 8x08/09-Mummy on the Orient Express/ Flatline

Dopo il disastro che è stato l'8x07 - Kill the Moon,  ci voleva Jamie Mathieson per risollevare la qualità della stagione, con il suo dittico 8x08-Mummy on the Orient Express e 8x09-Flatline: immaginatevi un livello di tensione pari a quello di Listen ma senza l'incoerenza tipica di Moffat e avrete un'idea di questi due episodi.Queste due puntate rappresentano come avrebbe dovuto essere tutta questa ottava stagione: una premessa e degli effetti speciali squisitamente sopra le righe, delle performance sempre eccelse di Peter Capaldi e di Jenna Coleman, e, per una volta, delle sceneggiature che non fanno acqua da tutte le parti.

L'8x08- Mummy on the Orient Express segna il punto di svolta della crescita del Dottore, se prima infatti lasciava morire chi era spacciato, adesso (anche aiutato dalle circostanze, non neghiamolo) tenterà comunque un possibile salvataggio: perché è così importante questo passaggio? perché Mathison riesce a riportare alla memoria con pochi passaggi quelli che erano stati semplici e veloci momenti degli episodi passati(momenti importanti per questo episodio ma che erano rimasti in sottofondo nei precedenti), facendo evolvere il personaggio da quei punti senza caricare eccessivamente la storia e anzi facendone la chiave di volta del rapporto tra il Dottore è Clara.
Tuttavia a penalizzare l'episodio è un montaggio troppo dinamico, fatto di eccessivi e fastidiosi passaggi da un' inquadratura all'altra, fatto probabilmente per rendere più dinamico l'unico spazio chiuso in cui su svolge la maggior parte dell'episodio, ma che alla lunga annoia e infastidisce, un difetto che comunque no  abbassa in alcun modo la qualità della puntata.

L'8x09-Flatline serve invece a Mathieson per consolidare quel cambiamento iniziato nella puntata precedente: non solo non è più l'ultimo viaggio di Clara, ma anzi è lei la parte attiva della puntata, è lei  a dover aiutare il Dottore. Però questo episodio sembra funzionare anche anche meglio del precedente (forse è il migliore dell'intera stagione), in quanto retto da delle ottime interpretazioni di tutto il cast (non solo di Peter Capaldi e Jenna Coleman, anche i comprimari hanno fatto un ottimo lavoro), una meravigliosa fotografia e dei villain sfruttati egregiamente.

Mathieson in queste due puntate ha dimostrato di aver capito ancora meglio di Moffat lo spirito di Doctor Who: il suo pregio è quello di essere riuscito a caratterizzare stupendamente i propri antagonisti senza bisogno approfondirli eccessivamente e senza inutili e forzati spiegoni, una caratteristica che si rispecchia anche nei personaggi secondari: caratteri netti, che fanno intendere le loro sfaccettature senza il bisogno di esplicitarle e che immediatamente risulteranno simpatici o antipatici allo spettatore.

8x08-Mummy on the Orient Express
VOTO 4/5

8x09-Flatline
VOTO 4/5

mercoledì 24 dicembre 2014

Bittersweet Life

È normale solitamente per un noir avere delle parentesi che ricordano molto quelle di un film d'azione, messe sia in funzione della trama sia per dare uno slancio al ritmo della storia,basti pensare a Sin City, ma cosa accade quando quelle parentesi si allargano fino a portare ad un vero e proprio cambio di genere? Semplice, accade Bittersweet Life.

"Se vieni colpito, colpisci ancora più forte", è questo il principio su cui Kim Ji-Woon basa la sua opera:un prodotto non facilmente circoscrivibile ad un unica categoria, infatti ha fatto un ottimo lavoro il regista a gestire il cambio di genere che si compie dopo il primo atto. Il tutto sembra partire come un noir - romantico, con il protagonista mai stato innamorato che grazie alla donzella di turno sembra scoprire l'amore, poi il sogno si infrange a contatto con la realtà, e la vita di Sun Woo viene stravolta così come il film: il tutto diventa un film drammatico - d'azione, il tema principale cambia dall'amore alla vendetta, un passaggio gestito in modo altrettanto egregio e già anticipato dal l'emblematica sequenza iniziale.

Il tutto è supportato da delle stupendamente girate e montate scene d'azione, mai prolisse o inutilmente allungate come nei blockbuster odierni: il regista ci concede poche ed efficaci mosse o rapidi ed energici scontri, dando un doppio effetto di realistico e teatrale allo stesso tempo, decisamente suggestivi,  il tutto sotto il principio di botta-e-risposta sopracitato: un capo nemico lo appende ad una fune? Sun Woo lo appende a sua volta, con la moglie urlante al fianco;  un altro lo accoltella a tradimento? lui gli spara ripetutamente e senza pietà; il protagonista viene torturato ripetutamente? risponde con una delle più belle, dinamiche e violente sequenze del film.Un principio che diventerà retroattivo nel finale, ributtandoci nel noir.

Kim Ji-Woon ha fatto un gioiello di Bittersweet Life, una perla di regia e montaggio, un noir che riesce a passare al genere d'azione senza perderne la profondità, e che anzi riesce ad usare tali scene d'azione per enfatizzare ed acuire il dramma. Un prodotto da recuperare assolutamente.

VOTO 4/5

martedì 23 dicembre 2014

Doctor Who 8x07-Kill the Moon

Sacrificheresti un innocente per un bene superiore?

Negli intenti, l'8x07- Kill the Moon potrebbe essere l'episodio più maturo di questa ottava stagione: un'altra puntata in cui il Dottore è più il "come" piuttosto che il "chi" dell'azione (Doctor...Who?), con il pianeta Terra, nelle sue tre "forme"(la bambina, la ragazza, la donna) come protagonista... un'ottima base, ciò che fallisce è l'esecuzione: a partire dall'assurdo motivo per cui il Dottore si estranea dai fatti(dopo 50 anni di viaggi, di companion, di persone salvate, come può non considerarsi parte integrante dell'umanità?).

Non solo, proprio come era accaduto per la puntata 8x03- Robot of Sherwoood, si sente che l'episodio sarebbe dovuto durare di più per rendere al meglio: troppi aspetti della storia vengono solo accennati da Peter Harness solo per porre l'enfasi su aspetti della serie che già conosciamo, e così ecco che ogni personaggio secondario risulta monotono e dimenticabile,  non c'è modo di empatizzare con i personaggi.

Ma la parte peggiore è il dramma finale, forzato e del tutto innaturale per il personaggio di Clara, un dramma che, dopo aver visto le puntate successive, vedrete che si rivelerà senza sbocchi narrativi, ergo inutile: ed è proprio questa decisione di Moffat di non aver voluto proseguire il dramma tra Clara e il Dottore a impedire a questo episodio di salvarsi, poiché fa cadere l'intera teoria secondo cui questo errore del Dottore è dovuto al l'ingenuità della rigenerazione di Capaldi (un giovane in un corpo vecchio, contrapposto al vecchio dall'aspetto e dall'atteggiamento giovanili del Dottore di Matt Smith), poiché questo errore rimane a sè, non ha scopo se non quello di un dramma momentaneo, un dramma che fa cadere di qualità il personaggio di Clara, e che potrebbe funzionare solo se non sapessimo che il Dottore ha già salvato il mondo migliaia di volte e non capissimo dunque l'assurdità di accusarlo di non curarsi di noi.

In conclusione, l'episodio 8x07- Kill the Moon è un disastro, lo rendono tale i dimenticabilissimi personaggi e la sceneggiatura troppo semplificata che avrebbe anche potuto funzionare se sfruttata meglio, e nemmeno le performance sempre ottime di Peter Capaldi (sto davvero apprezzando il duo Dottore) e di Jenna Coleman riescono a risollevarlo.

VOTO 2/5

lunedì 22 dicembre 2014

Il Giovane Favoloso

La maggior parte delle critiche che ho sentito su questo film vanno dall'orribile,  al meh, al "bello ma noioso a tratti". E, pur comprendendo in parte il motivo di certe posizioni, io, dopo aver visto finalmente Il Giovane Favoloso, di Mario Martone, posso ritenermi non solo soddisfatto, ma entusiasta della visione.

Tale entusiasmo è dovuto in primis a Martone, e al suo gusto dell'inquadratura:  movimento leggeri che abbracciano i personaggi e gli ambienti, quasi non sembra girato, dei movimenti di macchina studiati egregiamente per esplicitare l'interiorità tormentata di Leopardi: e così ecco che una libreria rappresenta un accogliente rifugio (nei primi anni di studio) per poi, dopo un fallito tentativo di fuga, rimandare, con tutti i libri allineati in verticale, alle sbarre di una prigione; ed ecco che un semplice dolly su un lago riesce a rendere il dolore di Leopardi, che si dirama fuori da lui nella natura, facendo increspare la superficie dell'acqua(forse una delle più belle e suggestive inquadrature del film)
.
Queste studiate inquadrature sono rette dall'ottima interpretazione di Elio Germano come Giacomo Leopardi, semplicemente perfetto, è riuscito a caratterizzare una figura tanto importante nella cultura italiana facendola sua, senza stravolgerla, senza cadere in quella che sarebbe potuta essere una troppo scontata (o stereotipata) caratterizzazione, ma quello che più mi ha stupito sono le sottigliezze che l'attore è riuscito a cogliere, piccoli dettagli che rendono più concreto il personaggio, come la voce impastata per la timidezza, l'incespicante corsa dovuta alla gobba, oltre alle sue stupende letture delle opere leopardiane ("La Ginestra" in particolare).

Provando a intuire il motivo delle critiche negative, potrei imputarlo alla sceneggiatura: chiaramente indirizzata ad un pubblico che già conosce nel dettaglio la vita di Leopardi, lo screenplay di Martone e Ippolita di Majo pone l'enfasi su certi eventi dandone per scontati altri, persino lo studente di liceo classico che ha studiato sommariamente la vita dell'autore si troverebbe disorientato, ma fortunatamente è una situazione che non dura mai troppo e l'intreccio generale sarà sempre chiaro.
Altro difetto del film sono le sequenze oniriche, non tanto per la qualità di esse, Martone riesce a gestire quei momenti magnificamente, ma perché non se ne sente il bisogno: sono situazioni troppo sopra le righe per gli standard a cui ci ha abituati il regista per tutto il film, è già una sequenza piuttosto surreale la scena sopracitata del lago, ma con le oniriche si cade nel l'eccessivo e , per certi versi, nel pacchiano.

È stata molto lodata invece la fotografia,  ma, a livello tecnico, questa è forse la vera critica che mi sento di muovere al film: il comparto visivo (durante tutto il primo tempo, poi sembra calmarsi) ha dei passaggi netti da toni chiari a toni scuri, poi nuovamente chiari, poi cupi, con dei passaggi decisamente fastidiosi per lo spettatore.

In conclusione , Il Giovane Favoloso, è un ottimo prodotto, pur con delle pecche evidenti a livello tecnico e di sceneggiatura riesce ad attualizzare senza stravolgere la figura del Leopardi, per capire i vari passaggi è sempre consigliato un ripasso della vita dell'autore, ma anche come film a sè supera largamente il livello medio dei biopic.

VOTO 4/5

domenica 9 novembre 2014

Doctor Who 8x06- The Caretaker

Più che una puntata sul dottore, la 8x06- The Caretaker è dedicata a Clara.

E’ stata una mossa intelligente quella dello showrunner Steven Moffat di sviluppare poco alla volta l’ingresso del fidanzato de Clara, Danny Pink, ingresso che in questa puntata risulta nel contrato per Clara tra la (sua) vita di tutti i giorni, il fidanzato, e l’elemento sci-fi della serie, il fuori dal comune, il dottore,anche se vari dettagli ci fanno capire sotto quale luce vedere questo “scontro” (quella del dottore non si dimostra tanto gelosia quanto una valutazione sul partito della sua companion).

E’ stato fatto un buon uso del villain, lo Skovox, volutamente poco accennato ma ottimamente caratterizzato: più un mezzo per dare lo slancio agli eventi che un vero e proprio antagonista, il vero conflitto dell’episodio è quello tra Clara, il dottore e Danny.

Torna dopo l’8x02- Into the Dalek (clicca qui per vedere la recensione) il rapporto tra il dottore e i militari, tanto odiati dal signore del tempo: dopo aver fatto notare l’ambiguità di tale pensiero, dato che spesso e volentieri il dottore ha avuto atteggiamenti da comandante, appunto militare, gli sceneggiatori Steven Moffat e Gareth Roberts danno al tutto un nuovo punto di vista, distinguendo l’inutilità della violenza dei militari dal rigore e dalla forza che un buon generale può ispirare, avvicinando il dottore a quest’ultimo.


L’8x06- The Caretaker si dimostra un ottimo episodio: le analogie e i “contrasti” tra Danny e il dottore, l’ottima regia di Paul Murphy, dinamica quando serve e particolarmente efficace nel farci percepire i momenti di disagio, senza mai stancare, concludono egregiamente questa prima parte della stagione, dando nuovo spessore e una più ampliata caratterizzazione a quello ch potrebbe essere un nuovo companion della serie.

VOTO 4/5

sabato 8 novembre 2014

Doctor Who 8x01- Deep Breath (RE-POST)


[Pubblicato originariamente in data 16-09-14]

“How long can you hold your breath?”

E’ arrivato dopo una lunga attesa dei fan il primo episodio della nuova stagione di Doctor Who, con l’introduzione di Peter Capaldi come nuovo dottore. Dall’episodio si vede un Doctor Who in piena forma, con i suoi effetti speciali volutamente sopra le righe e un incipit, un dinosauro nella Londra ottocentesca, assurdo ma che funziona come non avrebbe mai potuto funzionare in altre serie.

In linea con la tradizione della serie, questo è ancora un dottore appena rigenerato, che poco a poco cerca di riscoprire per la dodicesima volta chi è, accompagnato da una spaventata e confusa Clara Oswald, è stata ottima l’dea dello sceneggiatore e showrunner Steven Moffat di fare un parallelo tra la paura degli uomini comuni per la “diversità” di Madame Vastra e la situazione di Clara con il nuovo dottore, spaventata da un signore del tempo che non riconosce più, tanto da chiedere all’inizio se ci sia un modo per riportarlo alla sua vecchia forma, ma sia lei che i fan saranno rincuorati quando tornerà di nuovo per aiutarla, dimostrando di non essere del tutto cambiato.

Anche il villain funziona molto bene, un background solo accennato ma che rende perfettamente ciò che fa e ciò che lo muove, anche con lui  Moffat svolge un parallelo con il dottore, un robot che ricambia ancora e ancora le sue parti, cercando di rimanere sempre lo stesso, ma che chiaramente non può, così come il dottore non è più lo stesso, è un nuovo Time Lord.

Nell’ora e venti di questo primo episodio la regia di Ben Wheatley rende benissimo le scene di tensione, di dramma, d’azione, una regia calma quando deve essere calma, dinamica quando deve essere dinamica, accompagnata da una fotografia stupenda, adattata perfettamente sia alla Londra ottocentesca che all’interno di un’astronave, a volte tendente a un leggero seppiato e altre volte limpida senza sembrare patinata.


Questo episodio non può che creare aspettative nei fan della serie, sperando che le prossime puntate siano eccelse quanto questa, un nuovo dottore, con un nuovo outfit e un nuovo TARDIS,dovremo aspettare la prossima puntata per scoprire come sarà la rigenerazione di Peter Capaldi, ma per ora possiamo presagire il meglio. 

VOTO 4/5

martedì 7 ottobre 2014

Top 5 dei Personaggi Utilmente Inutili delle Serie TV

Nelle serie TV i personaggi secondari hanno un ruolo importantissimo, spesso e volentieri sono più sfaccettati e interessanti degli stessi protagonisti: ma oggi non sono qui per parlare dei veri e proprio comprimari, ma voglio stillare la Top 5 dei Personaggi Utilmente Inutili delle Serie TV: tutti li conosciamo, quei personaggi che pur non influendo enormemente sulla storia, per necessità di trama, per l’affezione degli spettatori, o chissà cos'altro, sono sempre presenti e spesso affiancano o aiutano i personaggi "principali".


(Ormai nel 2014 non serve ricordare che è una lista puramente personale... vero?... VERO?... Mi fido?)

No. 5 Rose & Bernard- Lost

Nonostante il grosso calo di qualità della serie dopo la terza stagione questi due personaggi non risultano mai noiosi, dalla piccola sottotrama introdotta nei primi episodi, al rifiutare di lasciare l’isola o non curarsi della sua distruzione, tutto a patto di rimanere insieme, è incredibile come un tema così strausato come l’amore che resiste a tutto non venga reso banale o noioso da questi personaggi. Rose e Bernard, una piacevolissima parentesi romantica nelle prime stagioni della serie, e una delle poche cose che funzionano nelle ultime.












No. 4 Mano- La Famiglia Addams

Un attore nascosto che mostra solo una mano, gli altri attori ci si rapportano come fosse viva, e di essa si fa un personaggio della serie, da una premessa così semplice nasce uno dei marchi di fabbrica di una serie di grande successo come La Famiglia Addams, che la si usi per veloci gag o che la si renda causa di un avvenimento, grazie alla naturalezza con cui i personaggi si relazionano ad essa, grazie al movimento giusto al momento giusto, alla giusta inquadratura, Mano è e rimane uno dei punti forti della serie, sia che si tratti di quella classica, dei vari remake, o dei film.













No. 3 Ronnie Gardocky & Curtis "Lem" Lemansky- The Shield


In una serie cruda e drammatica come The Shield servono dei valori da seguire per distinguere la polizia brutale dai malviventi, e il valore per eccellenza è la squadra, il tutti per uno, e sono Ronnie e Lem a rappresentare questo concetto: sempre fedeli ai compagni, sempre pronti a sostenere la squadra nel bene e nel male, pagandone anche le conseguenze (non farò spoiler, dico solo: finale stagione 5... le lacrime, signori miei, le lacrime!). Pur non rivestendo mai il ruolo di “comandanti”, sono loro a mantenere saldo il lo spirito del gruppo, a farci temere quando sono in pericolo, a gioire per ogni loro vittoria. 












No. 2 Kenny McCormick- South Park

-Oh my God, they killed Kenny!

-You bastards!

Parte tutto con una gag ricorrente: per le prime cinque stagioni non fa che essere ucciso ad ogni puntata per poi tornare come niente fosse nell’episodio successivo. Dopo aver creato una delle gag simbolo dello show, Kenny McCormick diventa anch’egli un simbolo della serie, nonostante non abbia più un ruolo attivo dalla sesta serie in poi, non potremmo immaginarci uno show senza quel ragazzino col cappuccio arancione; la sua presenza comunque non risulta mai invasiva, e le poche volte in cui davvero non serve viene sostituito da Butters o Jimmy o altri: risiede proprio in questo l’importanza di Kenny, lo spettatore è sempre felice di vederlo insieme a Cartman, Eric e Stan, ma al tempo stesso, quando non trova Kenny, è invogliato a prestare attenzione al suo “sostituto”, permettendo agli sceneggiatori di introdurre o approfondire altri personaggi, Butters è l’esempio più ovvio.

P.S. Il doppiaggio italiano dalla quinta stagione in poi è pessimo! Se ne avete la possibilità guardatelo in inglese.












No. 1 Il TARDIS- Doctor Who


Oh certo, in fondo si parla così poco di Doctor Who su questo blog!

Eppure non posso che riconoscere il merito di uno degli elementi di maggior successo della serie del Dottore, sua maestà il TARDIS. E’ vero, non sarebbe esattamente un personaggio, ma quella cabina blu più grande all’interno nei suoi cinquant’anni di viaggio è diventata uno dei cardini, uno dei simboli, dell’intera serie. Mai scene sono state più tenere del Dottore che parla con le attrezzature, mai gag resteranno nella memoria dei fan quanto “il TARDIS è sexy” o quanto vedere il signore del tempo armeggiare con leve e bottoni per farla partire. Da un semplice deus ex machina per permettere il viaggio nel tempo, è diventata uno dei migliori aspetti della serie britannica: viaggia col Dottore, cambia il suo aspetto (interno) proprio come lui, ed è testimone sempre presente delle sue avventure.






mercoledì 1 ottobre 2014

Doctor Who 8x05-Time Heist

Torna con l’8x05- Time Heist un Doctor Who in piena forma, con un episodio che vede il dottore penetrare nella banca più sicura dell’universo.

Grazie alla sceneggiatura di Steven Moffat e Steven Thompson e la regia di Douglas Mackinnon, già regista dell’episodio precedente, questa puntata regala grandi momenti di tensione, chi è l’architetto? Cosa vuole che il Dottore, Clara e i due companio aggiuntivi Psi e Saibra rubino?

A questi misteri si mescola un tono dark azzeccatissimo per la rappresentazione di una banca così ligia al dovere da non farsi scrupoli a uccidere o lobotomizzare seduta stante coloro che nutrono pensieri dannosi nei suoi confronti, raffinatissima esasperazione dei sistemi burocratici che ricorda vagamente l’estremizzata e industrializzata burocrazia di Brazil, di Terry Gilliam.

Ed è proprio sul pensiero che si concentra il fulcro dell’episodio, il vero elemento disturbante della storia: “quanto a lungo puoi resistere NON pensando a qualcosa?”, fa paura per la sottigliezza con cui il tema è posto, fa paura perché probabilmente neanche noi riusciremmo a cavarcela in una situazione simile.

I toni dark non oscurano tuttavia quelli classici della serie, toni che i due sceneggiatori sono riusciti a gestire senza che cozzino tra loro: un eccessivo spirito buonista avrebbe potuto infatti far scadere la qualità dell’episodio ma anzi, paradossalmente, i toni allegri dell’inizio dell’episodio (Clara e Danny finalmente insieme) rendono per antitesi ancora più cupe e sofferenti le scene drammatiche che seguiranno.

Il tutto però non funzionerebbe senza le ottime scenografie che passano da uno stile “classico” (la hall della banca) ad un raffinatissimo steampunk (interni della banca) che rendono benissimo l’idea di oppressione di quei luoghi e la paura costante di essere sorpresi dalle guardie.
Ottime come sempre le performance di Peter Capaldi e Jenna Coleman, e nota di merito per i comprimari Psi (Jonathan Bailey) e Saibra (Pippa Bennet-Warner) che con poche battute azziccate, con la frase giusta al momento giusto, sono riusciti a definire il backgroung dei personaggi senza il bisogno di inutili spiegoni.

L’8x05 è un ottimo prodotto, pur non raggiungendo i livelli di tensione del precedente 8x04- Listen (tensione che, se tenuta costantemente sullo stesso livello, avrebbe, alla lunga, annoiato lo spettatore), riesce a regalare dei fantastici momenti drammatici al pubblico, chi è l’architetto? Perché il dottore lo odia (la risposta non è così scontata come potrebbe sembrare)? Questi momenti, l’ottima regia, l’ottima recitazione di tutto il cast rendono l’episodio più che degno della serie di cui fa parte.

VOTO 4/5

lunedì 29 settembre 2014

Doctor Who 8x04- Listen

Steven Moffat (per ora) non sbaglia un colpo, tornato alla sceneggiatura per l’episodio 8x04-Listen riprende uno dei punti forti del sci-fi anni 60-70: prendere un dettaglio, una qualunque piccolezza della vita di tutti i giorni e darle una fantascientifica spiegazione, il tutto come fulcro della storia, metodo già utilizzato per gli episodi 4x08-09 (i granelli di pulviscolo che si vedono in un raggio di sole? Che domande, sono creature carnivore, i Vashta Nerada, che vivono nell’ombra!), e che funziona benissimo anche in questo episodio, mettendo sempre in dubbio l’esistenza di questa razza mimetizzata, non sapendo fino alla fine se sia stata o meno una fantasia del dottore.

L’episodio ha una struttura a spirale, con l’appuntamento tra Clara e Danny Pink come centro: i due non fanno che avvicinarsi e allontanarsi, e
parallelamente ogni volta che Clara si allontana (volontariamente o costretta dalle circostanze) dal Danny, si avvicina al dottore, per poi lasciarlo e tornare da Pink , ecc..., possiamo presagire una rivalità tra i due nei prossimi episodi.

Giocando sul vedo-non vedo la tensione è sempre tenuta alta dal regista Douglas Mackinnon: ogni cigolio di una tubatura, ogni fruscio, ogni scricchiolio, è o potrebbe essere un pericolo, con la sempre presente curiosità del dottore a impedirgli di lasciar perdere questa fantomatica razza invisibile.

Continua intanto ad essere dipinto il background di Danny Pink, tutti questi indizi che abbiamo visto nei quattro episodi finora usciti potrebbero farci riconoscere in lui un possibile nuovo companion, con Clara o in sua sostituzione è ancora da vedersi.

Unico difetto è il montaggio che si dimostra piuttosto frettoloso sul finale, pur regalando dei buoni momenti sia drammatici che di tensione nel corso dell’episodio, non intaccando dunque la qualità complessiva del prodotto.

Dopo il poco riuscito 8x03, è bello vedere la serie rialzarsi più forte di prima, fino ad ora Moffat non ha mai deluso in questa stagione, non solo ha fatto un buon quarto episodio, ma sembra aver posto delle basi che ci possono far sperare bene per le prossime puntate. Vediamo come va.

VOTO 4/5

domenica 28 settembre 2014

Guilty of Romance

Il Giappone, una bellissima terra, altamente industrializzata, con una tradizione artistica antichissima... ma anche un popolo antiquato, xenofobo e soprattutto maschilista e opprimente nei confronti delle donne, sottomesse e sottoposte ad una società che vede il esse unicamente la funzione di casalinghe o commesse o addette ad altri lavori servili, e che ostacola quelle che provano  a fare carriera in ambienti che non rientrano in quelli sopracitati: in questo clima Sion Sono dirige Guilty of Romance.

La protagonista Izumi è il prototipo della “moglie modello” giapponese, una casalinga meticolosa, la cui vita ruota attorno al marito scrittore, e la bravura del regista risiede proprio nel mostrare con poche inquadrature la noia ma allo stesso tempo l’oppressione della sua routine quotidiana, basata unicamente nel servire in toto il marito, temendo le conseguenze di un suo errore, ed è da questo punto di partenza che inizia l’evoluzione del personaggio: in questo clima in cui la moglie è completamente dipendente dalla sua “dolce metà”, qual è l’unica cosa in cui, fisicamente, l’uomo dipende dalla donna? Qual è l’unica cosa su cui Izumi dovrà puntare per acquistare indipendenza? Il sesso.

Ed è proprio col sesso che gli uomini cambiano completamente forma in questo film, da dominatori la cui punizione è temutissima, diventano puri oggetti per il piacere di Izumi, un godimento non tanto fisico, ma dovuto al piacere del comando,di avere “il coltello dalla parte del manico”: il prezzo è indifferente, Izumi, e poi Mizuko, non chiedono soldi in quanto prostitute, non sono spinte dal guadagno, ma dal piacere di avere qualcuno alle proprie dipendenze, sono spinte dal poter decidere chi soddisfare e chi no, a chi concedersi e a chi rifiutarsi, il potere infatti non risiede tanto nel sesso, quanto nella consapevolezza di esso, concedendosi senza un compenso, all’inizio, Izumi è ancora nella sua condizione di sottoposta,soddisfa l’ennesimo ordine dell’uomo,  comincerà ad evolversi dopo aver capito il potenziale del rapporto fisico, tuttavia per tutto il film resterà su di lei l’alone del marito, dell’oppressione, infatti (quasi) tutti i suoi cambiamenti avvengono nella sofferenza, anche nel suo momento di maggior sicurezza ci sarà qualcosa a riportarla (seppur temporaneamente) in uno stato d’oppressione.

Al tempo stesso troviamo Mizuko come altra faccia della medaglia, inebriata del “potere” del sesso,insito in lei in quanto donna, entra in crisi una volta giunta di fronte al “castello di Kafka”, l’uomo che non può portarsi a letto, a cui può solo “girarci intorno senza mai raggiungerlo”: in quest’uomo lei vede la fine di tutto ciò che ha provato a costruire, dando inizio alla sua fine.

Il regista chiosa infine sui suoi personaggi, con una bellissima analogia sulla parola parlata: ogni parola ha un “corpo”, un significato, identificabile tramite la parola stessa, e tali sono le due protagoniste del film: corpi, significati, senza definizione, la loro confusione ed insicurezza derivano dall’essere corpi, significati, privi e alla ricerca di una parola, un significato, un’identità.

Sion Sono con questo film ha creato una perfetta rappresentazione, se non esasperazione, della donna giapponese contemporanea, in una folle ricerca della propria identità Izumi, e dunque il regista, ci mostreranno le pene e gli orrori di una società opprimente e spietata verso chi prova ad acquistare un’indipendenza che non è destinata a provare, un film assolutamente da recuperare, possibilmente in lingua originale sottotitolata, dato il pessimo lavoro di doppiaggio svolto, caratterizzato da un pessimo lip-sink e vari errori concettuali (es. non dicono yen ma dollari), ma che fortunatamente non oscura l’ottimo lavoro svolto dall’autore.

VOTO 4/5

Doctor Who 8x03- Robot of Sherwood

Quanto è importante Doctor Who per gli inglesi? Quanto li ha influenzati nei suoi 50 anni di programmazione? A questa domanda prova a rispondere l’episodio 8x03-Robot of Sherwood, funzionando però solo a livello concettuale.

L’idea è tanto semplice quanto audace: elevare il dottore agli altri personaggi popolari tanto cari agli inglesi, Robin Hood in particolare, e ciò si capisce molto bene sul finale, tuttavia non è un discorso ben approfondito, dopo che il dottore ha incontrato Robin Hood e la sua compagnia, è messa in dubbio l’esistenza di questi ultimi, tuttavia non ci sono dati indizi per capire la vicinanza tra il signore del tempo e il ladro gentiluomo, e il parallelo tra i due, basato sui loro contrasti,non può che fallire, dato che la loro rivalità è mantenuta ad un livello infantile, di gag, lasciando i tentativi del dottore di provare l’inesistenza del suo rivale nel dimenticatoio.

Anche la regia non è al livello delle due puntate precedenti, affiancata da un montaggio troppo dinamico che rende incomprensibili le scene d’azione e fastidiose le altre.

La puntata ha comunque dei lati positivi, come la ottima recitazione di tutto il cast, con un Robin Hood molto credibile, e un Peter Capaldi e una Jenna Coleman che assicurano sempre una forte empatia con i loro rispettivi personaggi, anche la fotografia funziona molto bene sia nelle foreste che nei castelli.

Questo episodio è forse l’unico passo falso fatto fino ad ora nell’ottava stagione, non appena Moffat ha lasciato la puntata a un altro sceneggiatore, Mark Gatiss, che in passato aveva scritto delle ottime puntate per l'undicesimo dottore, l’intero progetto ha fatto acqua da tutte le parti, ha tutte le caratteristiche per essere un buon prodotto, purtroppo nessuna di queste è sfruttata al meglio.

VOTO 2/5

sabato 20 settembre 2014

Non buttiamoci giù

La pessima esecuzione di una buona idea non può che risultare in un brutto prodotto, ed è sicuramente questo il caso di Non buttiamoci giù.

Quattro persone disperate unite dal destino che insieme ritroveranno la voglia di vivere, davvero un buon incipit, purtroppo il tutto risulta inutilmente forzato,dalle personalità dei protagonisti appena accennate in pochi dialoghi fuoricampo alla fretta con cui i quattro entrano in intimità: il film non si prende mai il tempo di approfondire una storyline o di fare empatizzare lo spettatore con i personaggi.

Le commedie drammatiche devono farlo sentire il dramma, non devono necessariamente essere basate su di esso, ma si deve sentire, mentre nel film è presente solo in alcuni momenti (gli unici che funzionano), che vengono puntualmente dimenticati o messi da parte: la storia rappresenta dunque quattro protagonisti che si rialzano da una caduta che non è mai avvenuta, lo stesso tema della caduta, sia fisico che non , dei personaggi viene appena accennato all’inizio del film, introdotto con dei bellissimi titoli di testo le cui lettere cadono come foglie d’autunno, per poi finire nella sempre crescente lista di discorsi messi da parte.

Così come la storia, anche i personaggi hanno ottime premesse, ma il poco approfondimento le rende semplici macchiette, un esempio evidente è JJ, portato dalla vita stessa sul tetto di quell’edificio, avrebbe potuto mostrare come un suicida non è che una persona come le altre, ma ovviamente le sue paure, i suoi drammi, il suo background sono solo accennati e, anch’essi, messi da parte per essere ripresi giusto per il finale.

Con una sceneggiatura così povera, l’unico aspetto per il dramma su cui si poteva puntare era quello dei dialoghi, che funzionano molto bene, soprattutto quelli delle due protagoniste femminili Jess e Naurinne, forse le uniche con cui si crea un minimo di empatia, per quanto le battute siano poco realistiche, in uno o due momenti riusciranno a strapparvi la lacrima.

Molto bella è invece la stupenda fotografia, che sfrutta perfettamente gli ambienti interni, ma soprattutto esterni (la scena finale nella Londra innevata è visivamente sublime), puntando su toni quasi sempre luminosi con la prevalenza di uno o due colori in particolare, creando quell’effetto di “luminoso ma non patinato” che Orange is the new black vorrebbe tanto saper fare.

In conclusione, Non buttiamoci giù aveva tutte le carte per essere un buon prodotto, ottima premessa, personaggi con un buon potenziale,la bellissima fotografia, purtroppo per la fretta di entrare nella storia vera e propria, nella riscoperta della felicità dei protagonisti, non ha messo le basi perché tale storia funzionasse, perdendo di qualità.

VOTO 2/5

martedì 16 settembre 2014

Doctor Who 8x02- Into the Dalek

“Am I a good man?”

Quale modo migliore di delineare la personalità del nuovo dottore, se non facendolo incontrare con i suoi nemici per eccellenza, i Dalek? Gli sceneggiatori Phil Ford e Steven Moffat in questo episodio mostrano un dottore confuso su chi sia e ancora più che nella puntata precedente, e che mostra  dubbi sulla propria morale.

Sembra apparire per lui un barlume di speranza, un Dalek che scopre la bontà, bontà caratteristica del dottore che ancora non sa di avere, e da qui si delinea un dottore più duro, apparentemente insensibile e quasi insofferente a ciò che succede intorno a lui, per poi recuperare poco a poco tutti gli aspetti della sua personalità che lo hanno reso noto: rispetto della vita, genialità, messo a confronto con il primo Dalek che vuole uccidere altri della sua stessa specie, e proprio qui si determina la differenza fondamentale con il dottore, dove l’uno sceglierà di continuare a uccidere, vedendo solo l’odio per i Dalek, l’altro al contrario aborrirà, come sempre ha fatto, la violenza fine a se stessa, quel rifiuto che da alla soldatessa, quando essa chiede di unirsi a lui, è in realtà un rifiuto di ciò che il Dottore ha sempre ripudiato.

Si dimostra l’ottima compagna di sempre anche Clara Oswald, sempre pronta a criticare le azioni avventate del dottore, ad aiutarlo e a consigliarlo quando serve, si prospetta una fidata compagna di viaggio per questo dottore proprio come lo è stata per il precedente.

Anche questo si dimostra un ottimo episodio, un’ottima regia di Ben Wheatley rende al meglio le scene drammatiche dell’episodio, dimostrandosi nuovamente ottima per gestire anche scene d’azione senza che vi sia un contrasto tra le due, e i Dalek non
possono che assicurare un altrettanto alto livello di tensione. Gli sceneggiatori hanno fatto un ottimo lavoro per delineare i principi di questo nuovo dottore attraverso il contrasto morale con il Dalek, una differenza trattata in modo maturo e che mostra concettualmente le differenze tra i due e dandoci al tempo stesso un’idea ben precisa su come sarà da adesso in poi il dottore di Peter Capaldi.

VOTO 4/5

martedì 9 settembre 2014

Her- Lei

Lui, un uomo abbandonato e depresso, lei, un computer, sembrerebbe la storiella dell’amore impossibile già trasposta milioni di volte, ma Spike Jonze tira fuori da questo tema un’interessante esasperazione della nostra ormai vera e propria dipendenza dalla tecnologia.

Nel futuro remoto in cui il film è ambientato non è solo il protagonista, abbandonato dalla moglie, ad essere sentimentalmente assente, l’intero mondo è avvolto da un esasperato clima di desensibilizzazione sentimentale, come si nota dal lavoro del protagonista: scrivere lettere di
ringraziamento,d’amore, ecc. per clienti paganti, e il fatto che questa pratica sia industrializzata mostra quanto si sia spinto troppo in là l’affidamento della società ai computer, tralasciando i rapporti umani: non è solo il protagonista ad essere così disperato da mettersi con un computer, l’intero mondo è in questa situazione, Theodore all’inizio del film è tanto vuoto e apatico quanto lo è Samantha, i due sono messi sullo stesso livello,la storia racconta della scoperta, per Samantha, e riscoperta, per Theodore, della loro umanità, di sentimenti ed emozioni che uno l’uno temeva di provare di nuovo, e l’altra non avrebbe mai pensato di provare: il loro è un viaggio di scoperta reciproca, il tutto affiancato da dialoghi credibilissimi che non possono che creare empatia con lo spettatore: che i personaggi ridano, scherzino, piangano o litighino, lo spettatore lo farà insieme a loro, percependo le tensioni e i veri problemi nascosti da discussioni all’apparenza banali. Interessante è inoltre la riflessione dell’autore sul tema dell’amore: essendo Samantha un computer, la storia d’amore viene privata dell’elemento carnale, del sesso,a far riscoprire la propria umanità a Theodore sarà dunque un amore ideale, quasi platonico,privati della possibilità di interagire fisicamente, la loro storia si baserà unicamente sull’intesa emotiva tra i due, senza essere “inquinata” dal desiderio sessuale, e sarà proprio l’ entrare in contatto con questo amore ideale a dare lo slancio ai due protagonisti per la scoperta di se stessi.

In conclusione, Spike Jonze con questo film è riuscito a delineare un’intelligente esasperazione della società odierna nel suo rapporto sempre più rilevante con la tecnologia, da una premessa strausata ha tratto un suo personale discorso sulla dipendenza uomo- macchina e sulle conseguenze, a livello sentimentale, che sta portando nei confronti della vita vera. Agli scettici è consigliata una visione. Meritatissimo l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

VOTO 4/5

venerdì 29 agosto 2014

Constantine

E’ sicuramente un buon prodotto quello di Constantine, regia di Francis Lawrence, tuttavia non esente di difetti.

La regia funziona molto bene, con varie carrellate da dettagli o campi stretti a campi larghi, molto suggestiva e che non dà mai noia, nonostante lo stile del regista punti a inquadrare all’inizio o alla fine di una scena un dettaglio o un campo largo, esso non sarà mai scelto solo per il gusto estetico, che è comunque notevole in questo film, ma anche per l’utilità che avrà per la trama. A questi  movimenti il regista affianca ottime inquadrature che abbracciano sia i campi larghi, palazzi, città, deserto, sia i campi stretti, interni delle case, inquadrature sicuramente aiutate dalle originali scenografie e dall’ottima fotografia caratterizzata da toni cupi e malinconici: tutto ciò che nell’immaginario collettivo sarebbe molto illuminato viene incupito, sporcato, come le ali degli angeli, che invece di essere bianche tendono al blu scuro/indaco: tutto nella fotografia mira ad accentuare il senso di disperazione e disagio che circonda i due protagonisti, tema che riesce a convivere con il tentativo del regista di non far prendere sul serio il tema religioso del film e di come esso è trattato , come si nota anche dagli effetti speciali, volutamente grezzi e sopra le righe, che non puntano tanto al realismo quanto a creare una stilizzata rappresentazione delle creature e dei luoghi dell’al di là: il film riesce a non prendersi troppo sul serio su alcuni elementi, come il rapporto con gli oggetti sacri, e a trattare seriamente altri, come il dramma di John Constantine e Angela, senza che le due cose cozzino tra loro.
Quest’uso della regia rende anche sopportabile la recitazione molto piatta degli attori, spesso sotto tono ma che il regista è riuscito a non rendere fastidiosa.

Altrettanto bene non funziona la sceneggiatura, si sente che avrebbe dovuto essere divisa in due film, si cercano di inserire il maggior numero di elementi possibili, derivanti sicuramente dalla serie a fumetti “Hellrazer” da cui il film è ispirato, tuttavia non avendo la possibilità di approfondirli, essi sono solo accennati, facendo il possibile per non lasciarli come elementi a se stanti ma come elementi utili alla storia, tuttavia si sente che l’ora e cinquantacinque minuti del film, con un budget più ampio, sarebbe potuta diventare senza problemi un film di quattro ore, e forse con questa durata ogni elemento avrebbe potuto essere approfondito meglio, il discorso del regista e degli sceneggiatori sarebbe stato completo, anziché essere ridotto in molti aspetti, ciononostante buona parte degli elementi fondamentali, grazie anche alla già citata ottima regia, è resa bene.


 In conclusione, Constantine nel complesso è un buon prodotto, una regia che non ha mai un calo di tono e che mantiene sempre il proprio stile, affiancata da una sceneggiatura che però non riesce ad approfondire tutto ciò che vorrebbe proporre, probabilmente un budget maggiore e una divisione in due film avrebbe dato la possibilità agli sceneggiatori di trasporre in modo completo l’opera originale.

VOTO 3/5